Il Mare della Vita

La vita è come un mare. In particolare è un mare di energia di cui facciamo parte, e noi come su una barca navighiamo. La navigazione può presentarsi in modi diversi: possono esserci correnti e condizioni metereologiche più o meno favorevoli, buon vento o bonaccia o tempeste, mulinelli e onde; possiamo avere i remi, le vele, il timone oppure non averli; possiamo essere su una zattera di fortuna o perfino su uno yacht. E’ nostra responsabilità quindi verificare quali strumenti e che equipaggiamento abbiamo sulla nostra barca, e che cosa ci manca rispetto a quanto è necessario per la navigazione; dobbiamo imparare ad orientarci, con il volo degli uccelli, con le stelle, con le mappe.

Fare questo ci consente di prepararci a tracciare la nostra rotta, prendendoci la responsabilità del viaggio. Una volta pronti, quindi, la prima cosa da fare sembra quella di decidere verso dove navigare, cioè il punto di arrivo. Sembra. Invece, c’è una cosa da fare prima: rilevare il punto di partenza. Dove siamo? Per saperlo bisogna fare “il punto nave”, fare “l’azimut”. Uscendo dalla metafora del mare, che abbiamo preso dalle Lezioni della Guida del Pathwork, il “punto nave” è quello che noi chiamiamo “grounding”, la presenza nel qui e ora, in ascolto del proprio corpo, delle proprie sensazioni, delle proprie emozioni, alla presenza degli altri e nell’ambiente. Lavoreremo molto e sempre sulla posizione di “grounding”, perché ha una valenza non solo fisica ma a tutti i livelli dell’essere umano, fisico, emozionale, mentale e spirituale, ed è la posizione dell’adulto.

La posizione del grounding è stata individuata da John Pierrakos e Alexander Lowen come posizione di partenza per ogni lavoro personale, in cui si ritorna ogni volta che si perde presenza durante il lavoro. E’ la posizione ideale per sviluppare l’attenzione al proprio sentire interno, attenzione che è una prerogativa esclusivamente umana, distingue il nostro livello di consapevolezza da quello degli altri esseri viventi ed è lo strumento fondamentale per la conoscenza di sé.

Così come ci sono persone allenano la mente con studi e letture, come ci sono persone che gonfiano i propri muscoli per pura estetica, ed altre invece li allenano acquisire potenza ed elasticità,  a noi piace dire che per crescere è necessario anche “allenare il muscolo del sentire.”

Due Fondamenti

I fondamenti del nostro modello derivano da due approcci apparentemente opposti: la componente corporea e la componente spirituale.

Da una parte l’approccio corporeoproviene da W. Reich, medico e psicoanalista, allievo di Freud e da lui nominato direttore della Scuola Psicoanalitica di Vienna. Reich intuisce il collegamento fra aspetto corporeo e meccanismi mentali, e attraverso la ricerca sul campo sviluppa le sue teorie, basate sull’identità funzionale tra corpo e mente. Nel 1933 pubblica il libro “Analisi del carattere” e definisce quella che milioni di persone oggi conoscono come psicosomatica, pur senza riconoscerne la paternità a Reich. “Identità funzionale tra corpo e mente” significa che ciò che accade all’essere umano, accade contemporaneamente al corpo e alla mente, in una costante relazione biunivoca. Non c’è primato della mente sul corpo, né viceversa, ma rispondono entrambi alle spinte interne ed esterne. Il mio maestro John Pierrakos, allievo di Reich, con le sue osservazioni comprese che l’identità funzionale doveva essere considerata anche al livello del corpo emozionale e del corpo spirituale.

Dall’altra parte l’approccio spiritualeche noi prendiamo dal Pathwork, un corpus di 258 lezioni veicolate dalla Guida di Eva Pierrakos, in trance medianica, davanti ad un gruppo di allievi, dal dopoguerra fino al 1979. Il Pathwork non ha contenuti misticheggianti né religiosi, ma è una descrizione della condizione umana imperfetta e del lavoro che l’uomo può fare nel suo percorso di crescita. E’ una vera e propria raccolta di insegnamenti, che parte dall’ascolto del corpo e dalle emozioni per giungere al dialogo con la componente spirituale, così spesso negata o riservata alla religione. 

Fu John Pierrakos che, mentre lavorava con il collega Lowen alla Bioenergetica, incontrò Eva e il messaggio della sua Guida. Rimase colpito dalle singolari coincidenze fra gli insegnamenti medianici ed il lavoro corporeo che lui utilizzava con i suoi clienti, e riconobbe le enormi potenzialità dell’integrazione dei metodi di lavoro; così lasciò Lowen, sposò Eva, e cominciò con lei a realizzare una reale sintesi di lavoro. Più tardi, alla morte di Eva, chiamò il suo modello “processo Core Energetico”.

Io, a mia volta allievo di John Pierrakos, ho sperimentato prima su me stesso e poi con i miei clienti questo modello di grande efficacia. Poi, col tempo e l’esperienza, con lo studio e la ricerca, ed oggi con la collaborazione di Valentina mia moglie, ho messo a punto ulteriori aspetti continuando la sintesi con le lezioni del Pathwork e anche con altre fonti complementari.  Chiamiamo questo nostro modello “Processo Logico-Corporeo”.

Ciò che unisce sostanzialmente le due componenti, quella Reichiana e quella del Pathwork, è il movimento. Infatti, come per W. Reich e J. Pierrakos il movimento del corpo fisico è il punto di ingresso per accedere al corpo emozionale e al corpo mentale su un piano di realtà, parallelamente la lez. 203 del Pathwork dice:

“(traduzione in proprio) Sul vostro cammino, voi state imparando a muovere il vostro corpo; imparando a muovere i vostri sentimenti; imparando a muovere la vostra mente, così che il vostro spirito possa muovere voi. Allo spirito in movimento bisogna consentire di manifestarsi; questa è la ragione per cui tutti gli altri livelli della personalità devono allinearsi con la natura innata dello spirito: il movimento.

Voi muovete il vostro corpo così che il flusso di energia possa penetrare in tutto il vostro sistema fisico, la vostra energia fisica. Muovete i vostri sentimenti imparando a farli emergere in voi sentirli e riconoscerli. Muovete la vostra mente aprendola a nuovi modi di guardare alle cose. Questo è un compito essenziale.”

Calendario 2019/2020

Giornate Aperte a tutti a tema – la frequenza ad una giornata aperta è necessaria per l’iscrizione al 2° corso di Counseling:          

Settembre 2019 – domenica 22 2019 – Il Mare della Vita: lavoreremo sul tema del cambiamento e della centralità della presenza (Grounding) per realizzarlo.

Ottobre 2019 – domenica 13 – Il cammino del poeta: vedremo che l’auto-realizzazione ha inizio con la scoperta di parti irrisolte e inesplorate di sé, ma vedremo come sia anche necessario, per auto-realizzarci, esplorare la fonte delle nostre intuizioni, della nostra creatività, la parte più luminosa di noi stessi.

Ottobre 2019 – domenica 27 – il significato della consapevolezza”, vedremo come funzionano e come riconoscere il Sé superiore, sé inferiore e il sé maschera che albergano in noi

I° Modulo2° Corso di counseling

Novembre 2019 – venerdì 15, sabato 16, domenica 17 

II° Modulo2° Corso di counseling

 Dicembre 2019 – venerdì 13, sabato 14, domenica 15

INTENSIVO MONTAGNA –  

Gennaio 2020 – mercoledì 1, giovedì 2, venerdì 3, sabato 4,

III° Modulo2° Corso di counseling

Gennaio 2020 – venerdì 24, sabato 25, domenica 26 

IV Modulo2° Corso di counseling 

Febbraio 2020 – venerdì 28, sabato 29

Marzo 2020 – domenica 1

V° Modulo2° Corso di counseling  

Marzo 2020 – venerdì 27, sabato 28, domenica 29 

VI° Modulo2° Corso di counseling

Maggio 2020 – giovedì 7 venerdì 8, sabato 9, domenica 10

INTENSIVO MARE in SARDEGNA a Portoscuso

Giugno 2020 – martedì 9, mercoledì 10, giovedì 11, venerdì 12, sabato 13

VII° Modulo2° Corso di counseling

Luglio 2020 – venerdì 3, sabato 4, domenica 5 

Perché il Dolore

(Prima Nobile Verità – Il Budda).

Nei confronti del dolore normalmente abbiamo un atteggiamento di rifiuto e/o di conflitto. Questa avversione al dolore si traduce spesso nella capacità delle persone di anestetizzare il proprio corpo bloccando il respiro e di assumere posture adatte a procurarsi una insensibilità fisico/emotiva per negare l’esperienza consapevole del dolore. Negazione della cosa più ovvia ed evidente: la nostra vita ha avuto un inizio ed avrà una fine, ogni nostra azione e ogni nostra relazione è a tempo determinato e quando giunge la sua fine l’esperienza del dolore è naturale e inevitabile. Nell’esperienza umana il dolore esiste.

(Seconda Nobile Verità – Il Budda). 

Possiamo facilmente verificare come oggi siamo immersi in una insensibilità collettiva. Nel linguaggio comune non consideriamo la malattia come una esperienza da affrontare ma come un nemico, occuparsi del sintomo non è solo una cura ma una lotta come possiamo notare nei film, nelle serie TV e nella pubblicità. Tutto questo produce un consumo che va oltre il necessario, un uso e sconsiderato di antidolorifici e di antidepressivi. Rifiutiamo le ragioni del dolore tentando di nasconderne le emozioni, ma come dice Freud “è impossibile eliminare una emozione, possiamo solo seppellirla viva perché essa non muore”, e se noi la nascondiamo continua a gridare da dentro e guida le nostre scelte. Usiamo molta della nostra energia per sostenere posture fisiche emotivamente antalgiche che con il tempo strutturano una armatura caratteriale; una condizione fisicamente statica, una attitudine bloccante, una cristallizzazione tremenda della nostra energia vitale che crea essa stessa sofferenza. Perdendo consapevolezza del dolore, perdiamo anche il contatto con la nostra parte più autentica dove albergano i nostri legittimi desideri, blocchiamo ogni movimento, ogni novità perché abbiamo paura della sua fine, così l’energia vitale si spegne in noi. Così cerchiamo la felicità in ciò che è transitorio, L’origine del dolore è la conseguenza del negare e combattere il dolore oppure il rifugiarsi nel dolore e drammatizzarlo aderendo al concetto che la vita è una valle di lacrime; entrambe sono le conferme di una negazione del dolore che crea sempre e ancora nuova sofferenza.

LA FINE DELLA SOFFERENZA (Terza Nobile Verità – Il Budda)

La buona notizia è che percorrendo un cammino di consapevolezza completo come il nostro è possibile realizzare la cessazione della sofferenza e di realizzare lo scopo della propria vita.

IL PROCESSO “LOGICO-CORPOREO”

Il metodo di lavoro della Scuola la Commedia che chiamiamo “Processo Logico-Corporeo” ci accompagna a riconoscere e accettare le nostre limitazioni fisico/emotive (Yoga), ci insegna la posizione di “presenza” a sé stessi e nel mondo (meditazione), quella posizione di adulto capace di scegliere e discernere la realtà e che crea la propria vita in accordo alle più profonde e autentiche aspirazioni (Phronesis – Platone). Il dolore diventa allora insieme al piacere il monitor dell’uso che facciamo della nostra vita, della nostra energia, l’indicatore del nostro cammino, il miglior alleato per una vita di auto-realizzazione e di gioia.

Carlo Gibello – 21/08/2019

info@scuolalacommedia.it

Il Grounding – La Presenza

Le basi del grounding

Nel nostro lavoro parliamo spesso, di grounding, con il significato di “essere nella presenza”, nel qui e ora, vorrei ora chiarire cosa intendiamo.

Quando iniziamo una camminata abbiamo bisogno di stare nella presenza del nostro corpo fisico per evitare di inciampare così anche quando iniziamo un cammino di consapevolezza abbiamo bisogno di stare nella presenza, in contatto con i nostri corpi (fisico, emozionale, mentale e spirituale); Come esseri umani abbiamo bisogno del contatto con la terra, essa ci sostiene, ci nutre, ci dà riparo e conforto, nella sua atmosfera respiriamo. Dal nostro primo respiro avremo sempre bisogno del contatto con essa. Da quel momento in poi la nostra vita non è altro che un movimento in relazione alla Terra, finché non ne perdiamo il contatto quando esaliamo l’ultimo respiro con la morte. Tra questi due eventi, nascita e morte.

La mamma ci porta su questa terra fisicamente, cioè abbiamo bisogno della connessione con lei per “essere”, per poterci incarnare su questa terra. L’abbraccio e il sostegno della mamma sono come un ponte per il bambino che nasce. Più è sicura quella forma di protezione, più sarà facile per lui trovare il terreno sicuro su cui mettere i piedi. Il bambino inizia ben presto ad esplorare e a muoversi, a poco a poco comincia a mettersi seduto, a gattonare, poi si alza in piedi e impara a camminare. Così come si evolve il corpo fisico, allo stesso modo si sviluppano la mente e le emozioni, ma tutto ha inizio dalla prima affermazione “io sono, io sto sui miei piedi”. Se il bambino non riesce a raggiungere questa forma di affermazione della propria individualità, che lo renda sicuro in autonomia, rimarrà agganciato e dipendente dai genitori. Sentirsi in grounding vuol dire: “io mi sento nel mio corpo”, ed anche “sento e mantengo i miei confini”. Da adulti grounding vuol dire essere in equilibrio con la forza di gravità in tutte le sue dimensioni, un equilibrio attivo, non statico, vuol dire avere un contatto piacevole con il nostro corpo. Se siamo ben radicati e ben equilibrati abbiamo una vita piacevole, e se c’è piacere nella nostra vita ci sentiamo sicuri, accolti e pronti a partire in qualunque direzione scegliamo. Il grounding si realizza non solo attraverso i piedi ma attraverso tutto il corpo in tutte le sue componenti: è per questo che occorre vedere il grounding oltre che dal punto di vista fisico, anche da quello emozionale, mentale, e spirituale.

Grounding fisico

Se il nostro corpo fisico è contratto, presenta dei forti blocchi, respiriamo male, non siamo in condizione di assumere forza vitale dal respiro, dalla luce del sole, dal riposo e di lasciarla fluire dentro di noi. Il risultato è che non ci sentiamo veramente vitali. Quando si è radicati, presenti c’è un fluire molto dolce in noi e tra noi e l’ambiente, uno scambio di energia con la terra e con le altre persone. Negli esercizi per il radicamento fisico si lavora con il movimento e con posizioni fisse di integrazione, fino a far emergere una vibrazione spontanea e involontaria nelle gambe o in altra parte del corpo. Spesso questa vibrazione indotta dagli esercizi ci sorprende e poichè sfugge al nostro controllo può creare disagio, ci può fare paura, e quando abbiamo paura il corpo si contrae: molto velocemente il respiro si interrompe, si perde la consapevolezza, non si sente più il corpo. Si tratta di una reazione automatica, dunque è tutto quasi istantaneo, come se dentro di noi ci fosse un bottone che viene spinto dalla paura e si perde subito il grounding. Tuttavia è proprio nell’esperienza della paura che più abbiamo bisogno di grounding. Questo comportamento ripetitivo è una difesa dal pericolo o presunto tale appreso nell’infanzia: il bambino piccolo nel momento in cui non si sente al sicuro, smette di muoversi e limita il respiro; se poi c’è qualcosa in più dell’insicurezza, come terrore, paura, panico, smette di emettere qualsiasi suono. Dunque da adulti, emettere suoni può essere un valido contributo per tornare in grounding, è come buttar fuori con la voce la paura stessa. Se il bambino non riceve dalla madre la sensazione che qualsiasi cosa accada è al sicuro, da adulto non si sentirà mai al sicuro in qualsiasi posto sia, e dunque non potrà liberarsi della madre a cui la prima richiesta di sicurezza era rivolta, e rimarrà agganciato a lei. Poiché il tocco è una parte importante della presenza della madre con il bambino, la mancanza o l’insufficienza del contatto provocano problemi di confini e di radicamento; pertanto sarà importante nell’adulto toccare e aver cura amorevole del proprio corpo. Molti hanno fatto esperienza di come il corpo si possa paralizzare completamente. nella perdita totale di contatto, ed è un urlo senza voce, senza parole; molto profondamente dentro di noi cerchiamo, aneliamo a quel ponte che poteva darci sicurezza. Quando accade c’è una chiusura completa, ci ritraiamo completamente e pensiamo “sono perso! ho perso!”. In quel momento il nostro corpo ha bisogno di riconnettersi con la terra e ciò vuol dire sentire i piedi bene a terra, sentire il corpo, muoverlo e dire “questo è il mio corpo, fa parte di me, io sono il mio corpo”.

Grounding emozionale

Il grounding emozionale è ben rappresentato dalla frase “io conosco i miei bisogni”, e sapere ciò che si vuole significa ancora una volta affermare “io sono”. Elementi fondamentali sono il riconoscere i propri veri bisogni, dai falsi bisogni, prendersi la responsabilità di essere veri. Ognuno di noi conosce la differenza fra situazioni in cui, quando provocati, reagiamo in automatico agendo le nostre emozioni negative, ed altre volte in cui nella provocazione semplicemente osserviamo consapevoli l’emozione che proviamo, e diciamo: “no, questo non lo voglio”; e sappiamo anche come quest’ultimo atteggiamento possa cambiare la situazione. Una persona infatti può sentirsi ferita da qualcuno, ma se riconosce le proprie emozioni e i propri bisogni allora la sua azione sarà chiara, e sarà possibile non cadere nel conflitto. La reazione eccessiva spesso è più dolorosa e penosa dell’azione che l’ha determinata, perché non si è più in connessione con le emozioni vere di quel momento. Essere emotivamente in contatto con sé stessi rende la relazione con l’altro più facile. L’essere emotivamente radicati è una sensazione che dà piacere e che dà una forza molto grande, non ci sentiamo più in balia di ciò che succede e possiamo mettere confini, possiamo essere veri.

Grounding mentale

Il radicamento mentale consiste nella consapevolezza del proprio processo di pensiero. Significa distinguere la realtà dall’immaginazione, l’idea, dalla credenza. Presenza mentale vuol dire imparare l’arte dell’osservatore, cioè staccarsi dal proprio processo mentale per poter osservare dall’esterno i pensieri che scorrono: così si riconoscono i diversi livelli di pensiero, sia esso logico razionale, intuitivo, creativo, onirico o immaginativo. Si può scoprire che per gran parte del tempo il pensiero è un flusso automatico di razionalizzazioni che giustificano e sostengono le nostre reazioni automatiche, che ci portano nella falsità e nell’illusione, ammantandole di buon senso. Imparare ad essere l’osservatore del proprio pensiero è un lavoro di meditazione, che ci porta chiarezza, libertà e sviluppa la fiducia in noi stessi.

Grounding spirituale

Grounding spirituale è la condizione di chi è profondamente connesso con il proprio centro vitale, il Core (Center Of Right Energy), come lo chiamava John Pierrakos. Se non si riconosce la bellezza che è in noi, non si può essere spiritualmente radicati. La persona disconnessa dal proprio Core è colei che si accusa di tutto: “non sono all’altezza, non sono bravo, sono stupido, non riesco a fare niente”, o che rivolge le stesse accuse agli altri “maledetto fu quel libro e che lo scrisse, maledetto l’amato, il suo corpo, maledetto l’amore stesso”. Viceversa, colui che si sente nella presenza, può dire: “sono qui sulla terra, mi muovo e vado alla ricerca di ciò di cui ho bisogno.” Riconoscere l’amore per sé stessi, la propria luce è condizione essenziale per poter ricevere la Luce che viene dall’alto. Possiamo chiamarla Dio, forza vitale, energia universale, o amore. Quando una persona accusa sé stessa, alimenta il senso di colpa mettendo in secondo piano la responsabilità per le proprie azioni. Le colpe che carichiamo su di noi ci impediscono di assumerci le responsabilità che ci competono e di ricevere l’amore dell’altro, e comunque non abbiamo nulla di vero da dare. Se vogliamo amore dobbiamo trovare la nostra autenticità, riconoscendo la bellezza del nostro sé superiore.

Conclusioni

La mancanza di presenza, di grounding è la causa di maggior conflitto su questa terra, non vogliamo essere adulti, vogliamo stare nella posizione del bambino piccolo, vogliamo difenderci, poterci aggrappare a qualcuno o a qualcosa, non riconosciamo le nostre responsabilità, e tutto ciò ci impedisce di crescere. Se vogliamo realizzarci, riconoscere e portare a termine il nostro compito nella vita, abbiamo bisogno di grounding, di stare nella realtà, nella presenza.

Il cammino del poeta

nel presente è l’eterno


Le scienze esatte, in particolare la fisica e la matematica ci indicano chiaramente la dimensione infinita della manifestazione cosmica nelle galassie e nei pianeti. Tuttavia per molti contemporanei l’eternità semplicemente non esiste o se esiste sono convinti che l’eternità sia situata in un altrove. Sono convinti che la vita eterna per l’individuo sia sinonimo di futuro, come se presente ed eternità fossero cronologicamente successivi e separati. Per sostenere la frustrazione di questa separazione abbiamo allora inventato utopie per riportare il futuro nel presente, ma l’utopia come ogni illusione provoca prima o poi sofferenza e disperazione.

Dante ci insegna, ci indica invece che presente ed eternità stanno uno nell’altro, la vita eterna esiste dentro il tempo, comincia nel presente, è la qualità dell’esistenza, del sentire di esistere. L’eterno presente, è la possibilità che ci è concessa in ogni momento di godere dell’”etterno consiglio” (paradiso 33, 3 ) e il poeta ce lo mostra con le stelle del cielo. Ognuna delle tre cantiche finisce parlando di stelle.

L’inferno è uno spazio limitato senza cieli, dovunque volge lo sguardo il poeta incontra il male che si nasconde dentro al suo cuore ma anziché restare nella disperazione della “selva oscura “(inferno 1, 2 ) il poeta si apre al desiderio di conoscere, percorre l’inferno con gli occhi aperti e infine incontra un Lucifero che impotente non interagisce con lui perché Dante è sveglio, è già nel presente/eterno, uno spazio che è fuori dal suo dominio; così può attraversare “la natural burella” (inferno 34, 98 ) e rivedere i cieli dell’eterno “e quindi uscimmo a riveder le stelle” (inferno 34, 139).

Con la salita del monte del purgatorio, il poeta realizza la scelta di essere “confesso e pentuto” (inferno 27,83), si purifica, assume responsabilità e consapevolezza, comprende di vivere immerso in un universo di amore che si distingue in “amore naturale” (purgatorio 27, 91-93), istintivo che deriva direttamente da Dio e che perciò è un amore che non può sbagliare, il cui oggetto è il bene e la sua intensità è sempre adeguata al bene; ma ne esiste un secondo tipo, “l’amore d’animo” (purgatorio 27, 91-93) che nasce dalla nostra volontà e intelligenza perché l’uomo ha la capacità di amare per scelta, ha la libertà di decidere il proprio destino, orientando verso il bene o verso il male questa sua forza innata. Dunque questo amore d’animo può sbagliare ma solo in tre modi: per “poco di vigore, troppo di vigore o per malo obiecto” (purgatorio 17, 91-96). Dante comprende così che il male non esiste in sé ma è solo una transitoria distorsione del bene, comprende che il bene per chi lo cerca, trionfa sempre. Purificato da tale consapevolezza cresce in lui la disposizione al desiderio di vedere la fonte dell’amore (“transumanar”), a continuare il cammino “puro e disposto a salir le stelle” (purgatorio 33, 145).

Al vertice del purgatorio, nel paradiso terrestre, Dante incontra Beatrice. Lei è la causa di tutto il cammino, perché tutto nasce dall’amore per Beatrice, amore che muove dal desiderio di conoscerla e di rivelarsi a lei, ma nel cammino questo amore diventa qualcosa di più grande, diventa un desiderio di conoscenza, di giustizia, di purezza diventa desiderio di Dio (“indiarsi”). In paradiso tra i beati che vedono e conoscono Dio appagati e liberi da ogni dubbio anche Dante vede Dio e il suo sguardo trova sé stesso, il suo viso, scopre che ciò che governa l’universo fisico e spirituale è l’Amore, “l’Amor che move il sole e l’altre stelle” (paradiso 33, 145).

Quell’amore che lo ha voluto, lo ha attratto sino a sé, prendendolo così com’era, nel suo presente. In realtà nel presente ci è sempre rimasto, Dante ci ha raccontato di un pellegrino che realizza i suoi desideri e raggiunge le stelle. Dall’inferno al paradiso non si è mosso di un millimetro, attraversate le regioni del suo mondo interiore lo ha scoperto nell’eterno e si è scoperto voluto dall’eterno e questo è il paradiso.

Le 4 fasi del processo logico corporeo

di Carlo Gibello

Nel corso della mia formazione ho realizzato che seguire la brama di letture e seminari per acquisire conoscenze può fare un uomo colto ma non costituisce di per sé un lavoro di crescita personale. La crescita di consapevolezza nell’individuo non avviene, se contemporaneamente non avviene un processo di trasformazione del sé. Negli anni di formazione con John Pierrakos per prendere il diploma di practitioner in “Core Energetics Evolutionary Therapy” ho realizzato su di me cosa significa la “trasformazione del carattere”, e negli ultimi vent’anni ho perfezionato un metodo di lavoro che chiamo “Processo Logico corporeo. Grazie poi all’apporto di mia moglie Valentina Sanna ne abbiamo individuato gli aspetti teorici e strutturato la didattica qui descriveremo per sommi capi come questo si sviluppa.

Le quattro fasi del processo.

Descriveremo in parallelo il lavoro sui quattro livelli dell’essere umano:
sugli strati del sé (in blu),
sui livelli corporei (in verde),
sui livelli di consapevolezza (in nero),
e simbolicamente attraverso le cantiche di Dante (in rosso):

Prima fase

Siamo nell’area dei riflessi automatici, ovvero il cliente si è reso conto di essere nella “selva oscura, che la diritta via era smarrita”, ha osservato una situazione di disagio; il counselor considera che esistano sempre dei riflessi automatici, ovvero dei comportamenti ripetitivi che hanno portato alla crisi e alla richiesta d’aiuto, ma non può affrontarli direttamente, pertanto parte dal lavoro sul corpo fisico attraverso il movimento, secondo il principio di carica e scarica. Il movimento carica i segmenti corporei che ostacolano il flusso e la conseguente scarica può liberare energia, cioè attraversa il sé maschera. Qui la funzione di osservatore deve essere rivolta alle sensazioni fisiche, alle percezioni legate al corpo e riconoscibili nei diversi segmenti. Il movimento orienta il processo all’inizio e lo riorienta per farlo ripartire ogni volta che cerchiamo una direzione da far prendere al lavoro o dobbiamo far tornare il cliente nel qui e ora. Senza l’attraversamento della maschera, cioè dei comportamenti ripetitivi della difesa caratteriale, non è possibile lavorare su un piano di realtà, ma si rimane sulla razionalizzazione, sull’idealizzazione, sui pregiudizi e sulle routine di pensiero, sulle emozioni drammatizzate o dissimulate, dove non si può scegliere.

Seconda fase

Nella seconda fase inizia il lavoro che porta alla contezza di sé (awareness), al rendersi conto ed affrancarsi dal proprio sé inferiore, ovvero l’attraversamento del nostro personale inferno, entrando in contatto con le emozioni nascoste. Superata la soglia della maschera si sentono le vere emozioni sottostanti e si può dar loro nome e voce, si possono collegare con le informazioni che continuano ad affluire dal corpo, sviluppando l’attenzione e l’attitudine dell’osservatore sia al piano fisico che al piano emotivo.
È un lavoro di contatto e di scoperta con il nostro sé inferiore, in cui si può guardare con coraggio alle limitazioni, agli aspetti distorti, ai talenti negati, cioè ai “modelli di negazione”. Si può riconoscere, il nostro personale mix di “fear, self will & pride” vale a dire (paura, volontà egoistica e orgoglio).
Riconoscere le emozioni sottostanti al disagio percepito ne scopre strati successivi fino ad arrivare al dolore della propria ferita. Da questa base solida restando nella presenza da adulti senza collassare è possibile accettare ciò che siamo, accettare i nostri limiti, esprimere la volontà di cambiare la direzione. Possiamo riconoscere gli altri come simili a noi.
In realtà questo è il punto in cui diversi modelli di relazione d’aiuto ritengono concluso il lavoro, o tutt’al più aggiungono una coda relativa allo sperimentare possibilità diverse dalla routine, o trovare un canale espressivo della propria spontaneità creativa. Nel nostro modello l’awareness non è conclusiva del processo, perché riteniamo che, come diceva W. Reich, “la rievocazione di un contenuto rimasto fino ad ora inconscio porta sollievo ma non significa guarigione”, e noi intendiamo procedere fino ad accompagnare il cliente fuori dalla prigionia da lui stesso creata.

Terza fase

L’inferno non è infinito, e neanche il nostro sé inferiore lo è, quindi se non colludiamo con esso arriva il momento del cambio di direzione; se questo non avviene, significa che non esiste una volontà di cambiamento, cioè non esiste una volontà di modificare gli automatismi che hanno portato alla crisi, allora il processo non può andare oltre e la terza fase non può essere avviata. Anche secondo Dante si esce dall’inferno solo se esiste una volontà chiara di volgersi al bene, ed allora ci si trova davanti la collina del purgatorio e avviene la fase della comprensione (understanding), La comprensione si avvia grazie all’accettazione senza giudizio di ciò che abbiamo visto nel sé inferiore, non diamo più la colpa agli altri, alla sfortuna, non malediciamo ma ci assumiamo la responsabilità delle nostre distorsioni. In questa fase usiamo la mente logica per ricercare le credenze e le immagini che alimentano la nostra maschera, per riconoscere i meccanismi di causa-effetto che ci hanno portato al disagio e alla crisi, e in questo modo restituiamo alle distorsioni la primitiva natura di talenti. In questo consiste la purificazione simboleggiata dal purgatorio di Dante: la restituzione allo stato di luce di ciò che era stato trascinato nell’ombra. Per John Pierrakos tale purificazione avviene grazie al connettersi al sé Superiore (centering in the higher self). per imparare a posizionarsi nel proprio sé Superiore usiamo la meditazione a tre voci perché non basta riconoscere e accettare ciò che si è, ma occorre individuare direzione e strumenti per trasformare le distorsioni, e il sé superiore conosce le risposte a tali interrogativi. In tal modo si possono ripristinare gli strumenti, scoprire i talenti, identificare gli obiettivi, riconoscere i veri bisogni. Qui è possibile che il cliente o l’allievo realizzi la trasformazione che anelava, è possibile che gli sia ormai chiara la direzione da seguire.

Quarta fase

L’ultima fase, è quella del conoscere (knowing), dello svelare lo scopo della vita (uncovering the life plan) per John Pierrakos. È il Paradiso, nel quale finalmente vediamo al di là delle ombre, gradatamente liberiamo la nostra luce, utilizziamo i nostri talenti disponibili, e semplicemente “sappiamo”. Questo è lo stato di realizzazione dell’individuo, lo stato in cui esiste il libero accesso alle proprie potenzialità e diventa naturale operare scelte, agire senza reagire, sentire e accettare senza giudizio e senza pregiudizi, vivendo nel presente, nel qui e ora. Nel reale flusso dell’energia vitale nei nostri 4 corpi abbiamo così finalmente accesso allo spirito e alla nostra funzione creatrice a cui siamo da sempre destinati già qui sulla terra e così possiamo manifestare lo scopo di questa vita, la ragione per la quale ci si siamo incarnati, possiamo fare l’esperienza della beatitudine. Per dirlo più semplicemente, è la fase dell’autorealizzazione. Generalmente si crede che intraprendere un cammino di autoconoscenza e di consapevolezza, significhi “produrre” un’evoluzione, giungere a stati di coscienza più espansi, raggiungere obiettivi più elevati o almeno migliorare qualcosa di sé o dello stato di benessere. Nella nostra concezione, il processo serve per portare alla luce ciò che esiste già da sempre, serve trovare l’accesso al proprio sé superiore dove dimora già la nostra totale conoscenza. Il processo inizia volgendo lo sguardo noi stessi, affrontando le parti limitanti che impediscono l’accesso al sé superiore, o che impegnano così tante energie che nulla resta per la soddisfazione dei veri bisogni.
Ogni volta che il processo giunge a toccare lo spirito, diventa chiaro anche al cliente che l’amore che da sempre ha cercato è disponibile, e che lui stesso è in grado di darlo e di riceverlo ogni volta che desidera, a patto che sia disposto a “cambiare direzione” almeno in parte. È l’amore che lo ha guidato attraverso tutte le fasi del processo, benché distorto o infantile all’inizio, benché sproporzionato o mal diretto, ancora spesso carico di egoismo e di pretese o ostacolato dalle paure. L’amore è lo strumento e la meta. L’amor che move il sole e l’altre stelle.