IL SIGNIFICATO DELLA CONSAPEVOLEZZA

– Il nostro concetto di energia

L’energia vitale attraversa l’universo cosi nel macrocosmo come nel microcosmo. Nell’uomo pervade le cellule, gli organi, le parti del corpo (segmenti) e infine l’intero corpo. In biologia vediamo che il ciclo di Krebs descrive l’aspetto meccanico di ciò che avviene negli animali, e in particolare descrive il processo di produzione, di trasporto e di utilizzo dell’energia a livello di molecole e di cellule, tale processo costituisce il motore della vita nell’organismo umano, 

Questo flusso di energia vitale, che nella sua funzionalità naturale permetterebbe all’uomo di mantenere (e ripristinare in caso di necessità) uno stato di perfetta salute e di piena realizzazione di sé, nella realtà è fortemente compromesso da limitazioni delle manifestazioni naturali di autoregolazione, queste limitazioni costruiscono a livello connettivo-muscolo-scheletrico la struttura caratteriale fisica degli individui, e a livelli più sottili quella che W. Reich chiama “peste emozionale”. La peste emozionale è “la malattia” contagiosa che ha origine dalle frustrazioni dei bisogni della prima infanzia, e che attraverso la limitazione del flusso energetico sopprime le manifestazioni vitali naturali nel singolo individuo, e di conseguenza causa violenza, falsità, manipolazione, sopruso nell’individuo e nella società. Nel libro “L’assassinio di Cristo” Wilhelm Reich descrive come la peste emozionale sostenga e sia sostenuta di generazione in generazione da un sistema di credenze atte al mantenimento del potere che cristallizza l’impulso vitale degli individui in comportamenti rigidi e ripetitivi. 

W. Reich sviluppò a partire dagli anni ’30 del secolo scorso un filone di ricerca con gli strumenti della biologia e della fisica nel campo dell’energia vitale che chiamò funzionalismo energetico; come psichiatra e psicoanalista, con gli strumenti della clinica verificò attraverso l’esperienza con i suoi pazienti la base energetica dei processi biologici, compresi quelli emotivi e cognitivi. Il funzionalismo energetico di Reich rappresenta un salto di qualità, il passaggio di ottava, un nuovo paradigma che supera il pensiero meccanicistico centrato nel corpo, supera la mistica centrata nello spirito, e supera la psicologia centrata nella psiche, per entrare in un sistema di pensiero integrato, sistemico, psicosomatico, che ci permette di creare la nostra vita e di conoscere come costruire la realizzazione di noi stessi. Un sistema di pensiero lineare ma complesso capace di dialogare con sistemi di pensiero di altre culture e tradizioni 

– L’energia porta l’informazione

Quando noi usiamo la parola “energia” generalmente pensiamo alla luce pulsante del sole, alla lampadina elettrica, alle fonti di calore, al carburante per l’auto e al combustibile per il riscaldamento, pensiamo cioè a concetti provenienti dalla fisica e legati all’esperienza quotidiana. Nel paragrafo precedente abbiamo aggiunto a tutto ciò il concetto di energia vitale, soffermandoci sul sostantivo “energia” più che sull’aggettivo “vitale”, rimanendo su un piano piuttosto materiale e fisico. Quando invece parliamo di “consapevolezza”, la nostra associazione va alle idee, alla mente, alla filosofia, allo spirito, alla psiche. La parola “energia” resta legata alla scienza, misurabile, oggettiva, mentre la “consapevolezza” richiama tutto ciò che non è misurabile, legato a sistemi di credenze non scientifiche. Facciamo fatica a immaginare un’interazione fra energia e consapevolezza. Tuttavia vogliamo considerare alcuni elementi sperimentabili, che ci conducono ad affermare che l’energia trasporta l’informazione, e quindi che un flusso energetico funzionale permette una consapevolezza piena, ed al contrario un flusso energetico bloccato o distorto permette una consapevolezza limitata. Per fare questo è necessario attivare l’osservatore di sé stessi e porre la massima attenzione al proprio corpo, sentirne le sensazioni ed emozioni. 

– Un primo elemento proviene dalla percezione di maggiore energia nelle parti del corpo che mobilitiamo con il movimento, nel bodywork per esempio; unita alla sensazione di benessere o di disagio, talvolta anche di dolore. Muovere energia porta consapevolezza nelle parti del corpo coinvolte, acuisce la sensibilità locale e risveglia maggiore possibilità di movimento. Dolori dimenticati, propriocezione amplificata, sensazioni di flusso o calore o eccitazioni sconosciute vengono a galla. 

– Un secondo elemento è l’emozione che affiora durante la mobilitazione di un arto o di un segmento, o durante un atto respiratorio, dalla rabbia alla tristezza alla gioia: muovere energia restituisce la capacità  di sentire l’emozione presente, porta consapevolezza sullo stato emotivo precedentemente mascherato da insensibilità. 

– Un terzo elemento più difficile da produrre ma più importante sono le immagini o i ricordi che appaiono all’improvviso alla mente durante 5il bodywork: muovere energia ossigena il nostro corpo e il nostro cervello e illumina aree prima oscure della nostra mente o della nostra memoria, e apre porte nuove alla comprensione, dunque alla consapevolezza. L’energia vitale è perciò energia in movimento, e quanto più è vitale tanto più porta consapevolezza. 

Attenzione e Osservazione

L’attenzione è l’elemento da cui ha inizio il processo di conoscenza di sé ed il lavoro sulla consapevolezza. Con l’attenzione assumiamo la funzione di osservatore di noi stessi e cominciamo ad “accorgerci”, a “renderci conto”, a “riconoscere” emozioni e sensazioni, cioè facciamo esperienza della “presenza cosciente” (awareness). Per osservare la nostra dimensione intrapersonale è necessario sviluppare la capacità di percepire le nostre emozioni, e questa a sua volta dipende dalla capacità di sentire le sensazioni che il nostro corpo fisico produce in risposta e a latere delle esperienze. L’Osservatore è colui che semplicemente osserva senza giudizio, non mira a modificare alcunchè ma si limita a prendere atto con distacco, realizzando il dualismo osservatore-osservato, soggetto-oggetto; tuttavia non è uno spettatore inerte, perchè il suo compito è quello di tenere la luce accesa per dissipare le tenebre dell’inconsapevolezza. Ed anche solo guardando senza intervenire si scopre veramente tanto e si produce trasformazione, perché il modo in cui focalizziamo la nostra attenzione ci aiuta a modellare direttamente la nostra mente. Osservare trasforma. 

Principio di Carica e Scarica

Il principio di Carica e Scaricaindividuato già da S.Freud nei suoi studi sul principio di piacere, diventa con W. Reich centrale e fondamentale nel suo approccio psicosomatico. L’investimento energetico sulla parte del corpo che attende la soddisfazione del desiderio è come un arco teso che attende lo scoccare della freccia, e finalmente quando questo accade si raggiunge il piacere, avviene la scarica, cade la tensione. Reich parte da qui, per ricondurre la vita stessa ad una alternanza di carica e scarica, più precisamente ad una pulsazione come alternanza di espansione e contrazione. Entrambe le fasi sono necessarie, non c’è inspirazione senza espirazione, ma carica e scarica possono fluire armoniose in modo sano oppure essere limitate o disarmoniche. Nella vita ci caricano il desiderio, l’aspirazione, gli obiettivi da raggiungere, l’entusiasmo, l’eccitazione, lo stimolo all’azione; la scarica avviene invece conquistando gli obiettivi, soddisfacendo i bisogni, agendo ciò che sentiamo, piangendo, ridendo, esprimendo un’emozione, raggiungendo l’orgasmo. Le nostre difese caratteriali ci conducono a reiterare il modello imparato nell’infanzia, in cui abbiamo vissuto come pericolosa la carica o la scarica, e dunque alteriamo il flusso energetico naturale: la carica può essere trattenuta e non scaricata, dispersa prima di raggiungere il momento della scarica, o addirittura evitata del tutto, e così avremo persone sovraccaricate, sotto-caricate, dispersive, ad alto o basso scambio energetico in una specifica parte del corpo o nella sua totalità. Queste sono le zone in cui incontriamo i blocchi fisici. I muscoli entrano in contrazione e rimangono contratti, oppure collassano in uno stato di estrema rilassatezza, impedendo all’energia di passare. 

Bodywork

Alexander Lowen e John Pierrakos allievi di W. Reich colsero nel metodo di lavoro del loro maestro l’importanza dell’aumentare il livello di energia nel corpo dei loro clienti, attraverso esercizi fisici, in grado di portare la carica energetica a superare i blocchi preesistenti, e misero a punto i concetti e le tecniche del Bodywork, ovvero il lavoro fisico di posizione, di movimento, di respirazione, finalizzato al ripristino del flusso naturale. Ma si resero anche conto che se da una parte questi strumenti erano in grado di portare la carica energetica del cliente a superare i blocchi, costui poteva non essere in grado di fronteggiare l’improvvisa disponibilità di energia libera e poteva utilizzarla in maniera scompensata o non utilizzarla affatto. Introdussero allora il concetto e la pratica del Grounding, cioè quella posizione di consapevolezza della propria presenza fisica, emotiva, mentale e spirituale nel “qui e ora” in contatto con sé stessi, con gli altri e con la terra. Il bodywork e le posizioni di grounding aumentano la carica, aumentano la pressione che diventa sempre più grande, poiché lo scopo è raggiungere nell’acme della carica un punto di non ritorno in cui possa avvenire la scarica.

Lavoriamo con la carica quando facciamo danzare, saltare, dare pugni, scalciare, battere i piedi, percuotere il cubo. Con il lavoro di carica mettiamo pressione nei punti in cui c’è uno stato tensivo, riconoscibile attraverso la lettura del corpo, per esempio una rigidità, un accumulo di grasso, una parte sovradimensionata. E’ inutile caricare le zone del corpo che sono in evidente stato di sotto-carica poiché si rischia di non raggiungere mai una condizione di carica sufficiente alla scarica. Lo scopo è quello di caricare quanto possibile per fermarsi in una posizione di scarica in grounding e trovare la vibrazione, ossia la scarica interna. La vibrazione è il segnale che una certa quantità di energia precedentemente caricata è riuscita a passare attraverso il blocco. Le emozioni cavalcano l’energia, quindi con gli esercizi di carica e scarica facciamo muovere, e affiorare le emozioni di cui siamo meno consapevoli, così torniamo ad averle a nostra disposizione. E’ possibile che l’energia in movimento, in maniera passeggera, porti sensazioni piacevoli o anche sgradevoli o dolorose; questi sono segnali di un processo che si è avviato e che ha bisogno di costanza per proseguire, un processo che produce un accesso alle nostre parti più nascoste e autentiche, è l’inizio di un cammino di consapevolezza e di autorealizzazione.

Sé Superiore

John Pierrakos diceva che l’energia vitale è Amore, e che l’energia universale è Amore, che l’energia vitale è un particolare aspetto dell’energia universale. Noi esseri umani siamo in grado con la comunicazione interiore (meditazione), attraverso il nostro sistema corporeo di energia-materia, di contattare direttamente il nostro sé superiore ed attraverso di esso sentire la nostra appartenenza al sistema energetico universale, o se credete, sentire la nostra unità con Dio (contemplazione). Abbracciare il nostro modello, usare le nostre tecniche, oppure affidarsi ad altri operatori, terapeuti, guide, con altre tecniche, altri modelli, è totalmente inutile senza il contatto con il proprio sé superiore, perché lì risiede la nostra autenticità, la fonte della nostra consapevolezza, l’origine dell’anelito che ci conduce a realizzare lo scopo della nostra vita, lì troviamo la meta dei nostri sforzi. Ma la nostra responsabilità è quella di fare le giuste domande, che in quanto giuste ottengono sempre risposta. Il sé superiore è la parte di noi incontaminata che sa guidarci verso ciò che è giusto per noi. Il lavoro che noi affrontiamo per conoscerci, per raggiungere consapevolezza, per scoprire la nostra autenticità, serve per portare allo scoperto 

Il Mare della Vita

La vita è come un mare. In particolare è un mare di energia di cui facciamo parte, e noi come su una barca navighiamo. La navigazione può presentarsi in modi diversi: possono esserci correnti e condizioni metereologiche più o meno favorevoli, buon vento o bonaccia o tempeste, mulinelli e onde; possiamo avere i remi, le vele, il timone oppure non averli; possiamo essere su una zattera di fortuna o perfino su uno yacht. E’ nostra responsabilità quindi verificare quali strumenti e che equipaggiamento abbiamo sulla nostra barca, e che cosa ci manca rispetto a quanto è necessario per la navigazione; dobbiamo imparare ad orientarci, con il volo degli uccelli, con le stelle, con le mappe.

Fare questo ci consente di prepararci a tracciare la nostra rotta, prendendoci la responsabilità del viaggio. Una volta pronti, quindi, la prima cosa da fare sembra quella di decidere verso dove navigare, cioè il punto di arrivo. Sembra. Invece, c’è una cosa da fare prima: rilevare il punto di partenza. Dove siamo? Per saperlo bisogna fare “il punto nave”, fare “l’azimut”. Uscendo dalla metafora del mare, che abbiamo preso dalle Lezioni della Guida del Pathwork, il “punto nave” è quello che noi chiamiamo “grounding”, la presenza nel qui e ora, in ascolto del proprio corpo, delle proprie sensazioni, delle proprie emozioni, alla presenza degli altri e nell’ambiente. Lavoreremo molto e sempre sulla posizione di “grounding”, perché ha una valenza non solo fisica ma a tutti i livelli dell’essere umano, fisico, emozionale, mentale e spirituale, ed è la posizione dell’adulto.

La posizione del grounding è stata individuata da John Pierrakos e Alexander Lowen come posizione di partenza per ogni lavoro personale, e posizione in cui si ritorna ogni volta che si perde presenza durante il lavoro. E’ la posizione ideale per sviluppare l’attenzione al proprio sentire interno, attenzione che è una prerogativa esclusivamente umana, distingue il nostro livello di consapevolezza da quello degli altri esseri viventi ed è lo strumento fondamentale per la conoscenza di sé.

Così come ci sono persone che allenano la mente con studi e letture, come ci sono persone che gonfiano i propri muscoli per pura estetica, ed altre invece li allenano per acquisire potenza ed elasticità,  a noi piace dire che per crescere è necessario anche “allenare il muscolo del sentire.”

Due Fondamenti

I fondamenti del nostro modello derivano da due approcci apparentemente opposti: la componente corporea e la componente spirituale.

Da una parte l’approccio corporeo proviene da W. Reich, medico e psicoanalista, allievo di Freud e da lui nominato direttore della Scuola Psicoanalitica di Vienna. Reich intuisce il collegamento fra aspetto corporeo e meccanismi mentali, e attraverso la ricerca sul campo sviluppa le sue teorie, basate sull’identità funzionale tra corpo e mente. Nel 1933 pubblica il libro “Analisi del carattere” e definisce quella che milioni di persone oggi conoscono come psicosomatica, pur senza riconoscerne la paternità a Reich. “Identità funzionale tra corpo e mente” significa che ciò che accade all’essere umano, accade contemporaneamente al corpo e alla mente, in una costante relazione biunivoca. Non c’è primato della mente sul corpo, né viceversa, ma rispondono entrambi alle spinte interne ed esterne. Il mio maestro John Pierrakos, allievo di Reich, con le sue osservazioni comprese che l’identità funzionale doveva essere considerata anche al livello del corpo emozionale e del corpo spirituale.

Dall’altra parte l’approccio spirituale noi lo prendiamo dal Pathwork, un corpus di 258 lezioni veicolate dalla Guida di Eva Pierrakos, in trance medianica, davanti ad un gruppo di allievi, dal dopoguerra fino al 1979. Il Pathwork non ha contenuti misticheggianti né religiosi, ma è una descrizione della condizione umana imperfetta e del lavoro che l’uomo può fare nel suo cammino di crescita. E’ una vera e propria raccolta di insegnamenti pratici, che parte dall’ascolto del corpo e dalle emozioni per giungere al dialogo con la componente spirituale, così spesso negata o riservata alla religione. 

Fu John Pierrakos che, mentre lavorava con il collega Lowen alla Bioenergetica, incontrò Eva e il messaggio della sua Guida. Rimase colpito dalle singolari coincidenze fra gli insegnamenti medianici di lei ed il lavoro corporeo che lui utilizzava con i suoi clienti, e riconobbe le enormi potenzialità dell’integrazione dei metodi di lavoro; così lasciò Lowen, sposò Eva, e cominciò con lei a realizzare una reale sintesi di lavoro. Più tardi, alla morte di Eva, chiamò il suo modello di lavoro “Core Energetica”.

Io, a mia volta allievo di John Pierrakos, ho sperimentato prima su me stesso e poi con i miei clienti questo modello di grande efficacia. Poi, col tempo e l’esperienza, con lo studio e la ricerca, ed oggi con la collaborazione di Valentina mia moglie, ho messo a punto ulteriori aspetti continuando la sintesi con le lezioni del Pathwork e anche con altre fonti complementari.  Chiamiamo questo nostro modello “Processo Logico-Corporeo”.

Ciò che unisce sostanzialmente le due componenti, quella Reichiana e quella del Pathwork, è il movimento. Infatti, come per W. Reich e J. Pierrakos il movimento del corpo fisico è il punto di ingresso per accedere al corpo emozionale e al corpo mentale su un piano di realtà, parallelamente la lez. 203 del Pathwork dice:

“(traduzione in proprio) Sul vostro cammino, voi state imparando a muovere il vostro corpo; imparando a muovere i vostri sentimenti; imparando a muovere la vostra mente, così che il vostro spirito possa muovere voi. Allo spirito in movimento bisogna consentire di manifestarsi; questa è la ragione per cui tutti gli altri livelli della personalità devono allinearsi con la natura innata dello spirito: il movimento.

Voi muovete il vostro corpo così che il flusso di energia possa penetrare in tutto il vostro sistema fisico, la vostra energia fisica. Muovete i vostri sentimenti imparando a farli emergere in voi sentirli e riconoscerli. Muovete la vostra mente aprendola a nuovi modi di guardare alle cose. Questo è un compito essenziale.”

Perché il Dolore

(Prima Nobile Verità – Il Budda).

Nei confronti del dolore normalmente abbiamo un atteggiamento di rifiuto e/o di conflitto. Questa avversione al dolore si traduce spesso nella capacità delle persone di anestetizzare il proprio corpo bloccando il respiro e di assumere posture adatte a procurarsi una insensibilità fisico/emotiva per negare l’esperienza consapevole del dolore. Negazione della cosa più ovvia ed evidente: la nostra vita ha avuto un inizio ed avrà una fine, ogni nostra azione e ogni nostra relazione è a tempo determinato e quando giunge la sua fine l’esperienza del dolore è naturale e inevitabile. Nell’esperienza umana il dolore esiste.

(Seconda Nobile Verità – Il Budda). 

Possiamo facilmente verificare come oggi siamo immersi in una insensibilità collettiva. Nel linguaggio comune non consideriamo la malattia come una esperienza da affrontare ma come un nemico, occuparsi del sintomo non è solo una cura ma una lotta come possiamo notare nei film, nelle serie TV e nella pubblicità. Tutto questo produce un consumo che va oltre il necessario, un uso e sconsiderato di antidolorifici e di antidepressivi. Rifiutiamo le ragioni del dolore tentando di nasconderne le emozioni, ma come dice Freud “è impossibile eliminare una emozione, possiamo solo seppellirla viva perché essa non muore”, e se noi la nascondiamo continua a gridare da dentro e guida le nostre scelte. Usiamo molta della nostra energia per sostenere posture fisiche emotivamente antalgiche che con il tempo strutturano una armatura caratteriale; una condizione fisicamente statica, una attitudine bloccante, una cristallizzazione tremenda della nostra energia vitale che crea essa stessa sofferenza. Perdendo consapevolezza del dolore, perdiamo anche il contatto con la nostra parte più autentica dove albergano i nostri legittimi desideri, blocchiamo ogni movimento, ogni novità perché abbiamo paura della sua fine, così l’energia vitale si spegne in noi. Così cerchiamo la felicità in ciò che è transitorio, L’origine del dolore è la conseguenza del negare e combattere il dolore oppure il rifugiarsi nel dolore e drammatizzarlo aderendo al concetto che la vita è una valle di lacrime; entrambe sono le conferme di una negazione del dolore che crea sempre e ancora nuova sofferenza.

LA FINE DELLA SOFFERENZA (Terza Nobile Verità – Il Budda)

La buona notizia è che percorrendo un cammino di consapevolezza completo come il nostro è possibile realizzare la cessazione della sofferenza e di realizzare lo scopo della propria vita.

IL PROCESSO “LOGICO-CORPOREO”

Il metodo di lavoro della Scuola la Commedia che chiamiamo “Processo Logico-Corporeo” ci accompagna a riconoscere e accettare le nostre limitazioni fisico/emotive (Yoga), ci insegna la posizione di “presenza” a sé stessi e nel mondo (meditazione), quella posizione di adulto capace di scegliere e discernere la realtà e che crea la propria vita in accordo alle più profonde e autentiche aspirazioni (Phronesis – Platone). Il dolore diventa allora insieme al piacere il monitor dell’uso che facciamo della nostra vita, della nostra energia, l’indicatore del nostro cammino, il miglior alleato per una vita di auto-realizzazione e di gioia.

Carlo Gibello – 21/08/2019

info@scuolalacommedia.it

Il cammino del poeta

nel presente è l’eterno


Le scienze esatte, in particolare la fisica e la matematica ci indicano chiaramente la dimensione infinita della manifestazione cosmica nelle galassie e nei pianeti. Tuttavia per molti contemporanei l’eternità semplicemente non esiste o se esiste sono convinti che l’eternità sia situata in un altrove. Sono convinti che la vita eterna per l’individuo sia sinonimo di futuro, come se presente ed eternità fossero cronologicamente successivi e separati. Per sostenere la frustrazione di questa separazione abbiamo allora inventato utopie per riportare il futuro nel presente, ma l’utopia come ogni illusione provoca prima o poi sofferenza e disperazione.

Dante ci insegna, ci indica invece che presente ed eternità stanno uno nell’altro, la vita eterna esiste dentro il tempo, comincia nel presente, è la qualità dell’esistenza, del sentire di esistere. L’eterno presente, è la possibilità che ci è concessa in ogni momento di godere dell’”etterno consiglio” (paradiso 33, 3 ) e il poeta ce lo mostra con le stelle del cielo. Ognuna delle tre cantiche finisce parlando di stelle.

L’inferno è uno spazio limitato senza cieli, dovunque volge lo sguardo il poeta incontra il male che si nasconde dentro al suo cuore ma anziché restare nella disperazione della “selva oscura “(inferno 1, 2 ) il poeta si apre al desiderio di conoscere, percorre l’inferno con gli occhi aperti e infine incontra un Lucifero che impotente non interagisce con lui perché Dante è sveglio, è già nel presente/eterno, uno spazio che è fuori dal suo dominio; così può attraversare “la natural burella” (inferno 34, 98 ) e rivedere i cieli dell’eterno “e quindi uscimmo a riveder le stelle” (inferno 34, 139).

Con la salita del monte del purgatorio, il poeta realizza la scelta di essere “confesso e pentuto” (inferno 27,83), si purifica, assume responsabilità e consapevolezza, comprende di vivere immerso in un universo di amore che si distingue in “amore naturale” (purgatorio 27, 91-93), istintivo che deriva direttamente da Dio e che perciò è un amore che non può sbagliare, il cui oggetto è il bene e la sua intensità è sempre adeguata al bene; ma ne esiste un secondo tipo, “l’amore d’animo” (purgatorio 27, 91-93) che nasce dalla nostra volontà e intelligenza perché l’uomo ha la capacità di amare per scelta, ha la libertà di decidere il proprio destino, orientando verso il bene o verso il male questa sua forza innata. Dunque questo amore d’animo può sbagliare ma solo in tre modi: per “poco di vigore, troppo di vigore o per malo obiecto” (purgatorio 17, 91-96). Dante comprende così che il male non esiste in sé ma è solo una transitoria distorsione del bene, comprende che il bene per chi lo cerca, trionfa sempre. Purificato da tale consapevolezza cresce in lui la disposizione al desiderio di vedere la fonte dell’amore (“transumanar”), a continuare il cammino “puro e disposto a salir le stelle” (purgatorio 33, 145).

Al vertice del purgatorio, nel paradiso terrestre, Dante incontra Beatrice. Lei è la causa di tutto il cammino, perché tutto nasce dall’amore per Beatrice, amore che muove dal desiderio di conoscerla e di rivelarsi a lei, ma nel cammino questo amore diventa qualcosa di più grande, diventa un desiderio di conoscenza, di giustizia, di purezza diventa desiderio di Dio (“indiarsi”). In paradiso tra i beati che vedono e conoscono Dio appagati e liberi da ogni dubbio anche Dante vede Dio e il suo sguardo trova sé stesso, il suo viso, scopre che ciò che governa l’universo fisico e spirituale è l’Amore, “l’Amor che move il sole e l’altre stelle” (paradiso 33, 145).

Quell’amore che lo ha voluto, lo ha attratto sino a sé, prendendolo così com’era, nel suo presente. In realtà nel presente ci è sempre rimasto, Dante ci ha raccontato di un pellegrino che realizza i suoi desideri e raggiunge le stelle. Dall’inferno al paradiso non si è mosso di un millimetro, attraversate le regioni del suo mondo interiore lo ha scoperto nell’eterno e si è scoperto voluto dall’eterno e questo è il paradiso.

Le 4 fasi del processo logico corporeo

di Carlo Gibello

Nel corso della mia formazione ho realizzato che seguire la brama di letture e seminari per acquisire conoscenze può fare un uomo colto ma non costituisce di per sé un lavoro di crescita personale. La crescita di consapevolezza nell’individuo non avviene, se contemporaneamente non avviene un processo di trasformazione del sé. Negli anni di formazione con John Pierrakos per prendere il diploma di practitioner in “Core Energetics Evolutionary Therapy” ho realizzato su di me cosa significa la “trasformazione del carattere”, e negli ultimi vent’anni ho perfezionato un metodo di lavoro che chiamo “Processo Logico corporeo. Grazie poi all’apporto di mia moglie Valentina Sanna ne abbiamo individuato gli aspetti teorici e strutturato la didattica qui descriveremo per sommi capi come questo si sviluppa.

Le quattro fasi del processo.

Descriveremo in parallelo il lavoro sui quattro livelli dell’essere umano:
sugli strati del sé (in blu),
sui livelli corporei (in verde),
sui livelli di consapevolezza (in nero),
e simbolicamente attraverso le cantiche di Dante (in rosso):

Prima fase

Siamo nell’area dei riflessi automatici, ovvero il cliente si è reso conto di essere nella “selva oscura, che la diritta via era smarrita”, ha osservato una situazione di disagio; il counselor considera che esistano sempre dei riflessi automatici, ovvero dei comportamenti ripetitivi che hanno portato alla crisi e alla richiesta d’aiuto, ma non può affrontarli direttamente, pertanto parte dal lavoro sul corpo fisico attraverso il movimento, secondo il principio di carica e scarica. Il movimento carica i segmenti corporei che ostacolano il flusso e la conseguente scarica può liberare energia, cioè attraversa il sé maschera. Qui la funzione di osservatore deve essere rivolta alle sensazioni fisiche, alle percezioni legate al corpo e riconoscibili nei diversi segmenti. Il movimento orienta il processo all’inizio e lo riorienta per farlo ripartire ogni volta che cerchiamo una direzione da far prendere al lavoro o dobbiamo far tornare il cliente nel qui e ora. Senza l’attraversamento della maschera, cioè dei comportamenti ripetitivi della difesa caratteriale, non è possibile lavorare su un piano di realtà, ma si rimane sulla razionalizzazione, sull’idealizzazione, sui pregiudizi e sulle routine di pensiero, sulle emozioni drammatizzate o dissimulate, dove non si può scegliere.

Seconda fase

Nella seconda fase inizia il lavoro che porta alla contezza di sé (awareness), al rendersi conto ed affrancarsi dal proprio sé inferiore, ovvero l’attraversamento del nostro personale inferno, entrando in contatto con le emozioni nascoste. Superata la soglia della maschera si sentono le vere emozioni sottostanti e si può dar loro nome e voce, si possono collegare con le informazioni che continuano ad affluire dal corpo, sviluppando l’attenzione e l’attitudine dell’osservatore sia al piano fisico che al piano emotivo.
È un lavoro di contatto e di scoperta con il nostro sé inferiore, in cui si può guardare con coraggio alle limitazioni, agli aspetti distorti, ai talenti negati, cioè ai “modelli di negazione”. Si può riconoscere, il nostro personale mix di “fear, self will & pride” vale a dire (paura, volontà egoistica e orgoglio).
Riconoscere le emozioni sottostanti al disagio percepito ne scopre strati successivi fino ad arrivare al dolore della propria ferita. Da questa base solida restando nella presenza da adulti senza collassare è possibile accettare ciò che siamo, accettare i nostri limiti, esprimere la volontà di cambiare la direzione. Possiamo riconoscere gli altri come simili a noi.
In realtà questo è il punto in cui diversi modelli di relazione d’aiuto ritengono concluso il lavoro, o tutt’al più aggiungono una coda relativa allo sperimentare possibilità diverse dalla routine, o trovare un canale espressivo della propria spontaneità creativa. Nel nostro modello l’awareness non è conclusiva del processo, perché riteniamo che, come diceva W. Reich, “la rievocazione di un contenuto rimasto fino ad ora inconscio porta sollievo ma non significa guarigione”, e noi intendiamo procedere fino ad accompagnare il cliente fuori dalla prigionia da lui stesso creata.

Terza fase

L’inferno non è infinito, e neanche il nostro sé inferiore lo è, quindi se non colludiamo con esso arriva il momento del cambio di direzione; se questo non avviene, significa che non esiste una volontà di cambiamento, cioè non esiste una volontà di modificare gli automatismi che hanno portato alla crisi, allora il processo non può andare oltre e la terza fase non può essere avviata. Anche secondo Dante si esce dall’inferno solo se esiste una volontà chiara di volgersi al bene, ed allora ci si trova davanti la collina del purgatorio e avviene la fase della comprensione (understanding), La comprensione si avvia grazie all’accettazione senza giudizio di ciò che abbiamo visto nel sé inferiore, non diamo più la colpa agli altri, alla sfortuna, non malediciamo ma ci assumiamo la responsabilità delle nostre distorsioni. In questa fase usiamo la mente logica per ricercare le credenze e le immagini che alimentano la nostra maschera, per riconoscere i meccanismi di causa-effetto che ci hanno portato al disagio e alla crisi, e in questo modo restituiamo alle distorsioni la primitiva natura di talenti. In questo consiste la purificazione simboleggiata dal purgatorio di Dante: la restituzione allo stato di luce di ciò che era stato trascinato nell’ombra. Per John Pierrakos tale purificazione avviene grazie al connettersi al sé Superiore (centering in the higher self). per imparare a posizionarsi nel proprio sé Superiore usiamo la meditazione a tre voci perché non basta riconoscere e accettare ciò che si è, ma occorre individuare direzione e strumenti per trasformare le distorsioni, e il sé superiore conosce le risposte a tali interrogativi. In tal modo si possono ripristinare gli strumenti, scoprire i talenti, identificare gli obiettivi, riconoscere i veri bisogni. Qui è possibile che il cliente o l’allievo realizzi la trasformazione che anelava, è possibile che gli sia ormai chiara la direzione da seguire.

Quarta fase

L’ultima fase, è quella del conoscere (knowing), dello svelare lo scopo della vita (uncovering the life plan) per John Pierrakos. È il Paradiso, nel quale finalmente vediamo al di là delle ombre, gradatamente liberiamo la nostra luce, utilizziamo i nostri talenti disponibili, e semplicemente “sappiamo”. Questo è lo stato di realizzazione dell’individuo, lo stato in cui esiste il libero accesso alle proprie potenzialità e diventa naturale operare scelte, agire senza reagire, sentire e accettare senza giudizio e senza pregiudizi, vivendo nel presente, nel qui e ora. Nel reale flusso dell’energia vitale nei nostri 4 corpi abbiamo così finalmente accesso allo spirito e alla nostra funzione creatrice a cui siamo da sempre destinati già qui sulla terra e così possiamo manifestare lo scopo di questa vita, la ragione per la quale ci si siamo incarnati, possiamo fare l’esperienza della beatitudine. Per dirlo più semplicemente, è la fase dell’autorealizzazione. Generalmente si crede che intraprendere un cammino di autoconoscenza e di consapevolezza, significhi “produrre” un’evoluzione, giungere a stati di coscienza più espansi, raggiungere obiettivi più elevati o almeno migliorare qualcosa di sé o dello stato di benessere. Nella nostra concezione, il processo serve per portare alla luce ciò che esiste già da sempre, serve trovare l’accesso al proprio sé superiore dove dimora già la nostra totale conoscenza. Il processo inizia volgendo lo sguardo noi stessi, affrontando le parti limitanti che impediscono l’accesso al sé superiore, o che impegnano così tante energie che nulla resta per la soddisfazione dei veri bisogni.
Ogni volta che il processo giunge a toccare lo spirito, diventa chiaro anche al cliente che l’amore che da sempre ha cercato è disponibile, e che lui stesso è in grado di darlo e di riceverlo ogni volta che desidera, a patto che sia disposto a “cambiare direzione” almeno in parte. È l’amore che lo ha guidato attraverso tutte le fasi del processo, benché distorto o infantile all’inizio, benché sproporzionato o mal diretto, ancora spesso carico di egoismo e di pretese o ostacolato dalle paure. L’amore è lo strumento e la meta. L’amor che move il sole e l’altre stelle.