LA FIDUCIA

18 marzo 2017

1.   Premessa

Cominciamo col dare la nostra definizione di fiducia, una formula piuttosto particolare che non si trova sui vocabolari o sulle enciclopedie:

la fiducia è la disponibilità di stare in relazione con l’altro.

Apriamo con questo accenno, in modo da poter avere come riferimento il concetto di “disponibilità”, che a sua volta richiama “l’apertura” all’altro e “l’intento” alla relazione; ma ora lasciamo in sospeso l’accenno e partiamo da ciò che è la fiducia secondo il senso comune.

17202762_1410707782332859_3260017826435347450_n2.   La fiducia per l’uomo qualunque

Normalmente l’uomo qualunque dà fiducia a seconda del contesto, compagni di classe, colleghi di lavoro, amici, genitori, nella coppia, e tale contesto può essere vissuto in molti modi diversi, a seconda del livello di delusione o di successo ottenuto con le esperienze del passato in analoghe situazioni. Andando ancora più in profondità, possiamo dire che il livello di delusione, a sua volta, è strettamente collegato con le difese caratteriali perché, per esempio, chi ha la tendenza ad avere aspettative molto alte è facilmente deluso, mentre chi di solito si aspetta poco dagli altri non è deluso mai, ma conferma la sua sfiducia. Le nostre reazioni quindi possono oscillare dalla sfiducia a priori alla delusione a posteriori.

Fin dalla più tenera infanzia noi costruiamo le nostre mappe mentali, in cui inquadriamo quello che riteniamo giusto o sbagliato in base alla soddisfazione o alle delusioni avute, per poter prevenire le delusioni future e massimizzare la soddisfazione; in pratica ci costruiamo un sistema di riferimento in cui giudichiamo buono ciò che ci piace e giudichiamo cattivo ciò che non ci piace, e in base a tale sistema diamo fiducia per il futuro alle persone che abbiamo valutato buone, poiché hanno fatto in passato ciò che ci piace, e viceversa non diamo fiducia alle persone valutate come cattive, perché non hanno fatto ciò che ci piace o hanno fatto ciò che non ci piace. Ne possiamo dedurre che il livello di fiducia dell’uomo qualunque dipende dalle personali valutazioni delle esperienze passate, poiché i fatti realmente vissuti sono interpretati in modo diverso da persone diverse. Queste interpretazioni della realtà nascono molto precocemente, come già accennato, e consolidandosi col tempo e l’esperienza costruiscono la nostra difesa caratteriale con cui, appunto, interpretiamo continuamente il passato e così scegliamo il futuro.

La griglia di percezione che ognuno di noi ha della realtà quindi dipende dalla struttura caratteriale difensiva, cosicchè il nostro ricordo del passato dipende da quelle percezioni soggettive, e continua a orientare nello stesso senso anche il nostro futuro. Infatti l’uomo qualunque, nel momento in cui sente tradita la sua fiducia da parte delle persone che gli piacevano, si arrabbia se la sua difesa è psicopatica, si congela o fugge se la sua difesa è schizoide, oppure si accontenta del poco che ottiene se ha una difesa orale, oppure sorride pensando di poter reggere ancora bene se la sua difesa è masochista, o si irrigidisce nella sua indipendenza se ha una difesa rigida. Tutte queste reazioni porteranno variamente a non voler dare più fiducia, o a darla ancora una volta, oppure a non darla al 100%.

In sintesi, l’uomo qualunque che subisce un tradimento della fiducia prende il passato e lo usa per regolarsi per il futuro, e alimenta e conferma la sua griglia di interpretazione della realtà, per esempio:

  • non posso fidarmi di nessuno,
  • prima o poi sarò tradito, devo controllare,
  • posso sopportare, va bene così purché mi riconoscano,
  • mi accontento pur di ottenere qualcosa,
  • devo fare da solo, gli altri non esistono.

3.   L’immagine della coppia

La relazione di coppia è uno dei contesti in cui più è messa alla prova la propria capacità di stare nella fiducia. È infatti una situazione molto “affollata” perché ognuno dei partner entra nella coppia con le sue personali immagini del mondo e la sua personale immagine di coppia, cioè la sua interpretazione di come DOVREBBE essere una coppia, e in particolare la sua. Quindi contiamo almeno quattro immagini ideali per ciascun lato della coppia: “come mi posso fidare io degli altri”, “come posso fidarmi io di te”, “come puoi fidarti tu degli altri”, “come puoi fidarti tu di me”, e poi le 4 dell’altro. Ma tutte queste sono immagini ideali, sono una visione limitata della storia passata e delle nostre aspettative del futuro. Nella scelta di essere in coppia ci portiamo dietro tutto questo bagaglio, non partiamo da zero, non siamo neutri.

Però c’è un’eccezione: quando ci innamoriamo siamo neutri e per un breve periodo luminoso di poche settimane, o mesi, o raramente anni, funzioniamo almeno in parte accantonando questi modelli di interpretazione della realtà sperimentando la vita senza pregiudizi, per come realmente potrebbe essere nella pienezza delle sue possibilità, cioè nell’apertura, nell’intimità, nella disponibilità, e dunque nella fiducia; ma poi, inevitabilmente, successivamente e inesorabilmente, nella nostra inconsapevolezza, si presentano anche all’interno di questa relazione i consueti modelli di difesa, e improvvisamente la relazione perde la sua magia. Quindi torniamo a sentirci in balia degli eventi, in balia dell’altro, ritornano i “DOVREBBE”, il passato torna con i suoi esempi deludenti, e la fiducia torna ad essere limitata e parziale.

4.   Fiducia condizionata

Il contratto di coppia, che sia formale oppure no, che abbia una residenza comune o meno, si basa sulla costruzione di uno spazio comune, fisico ed emotivo, a cui ognuno dei due partner in teoria è tenuto a contribuire secondo le proprie capacità e possibilità. Su questo assunto si basano anche le nostre leggi sul matrimonio civile e le regole dei matrimoni religiosi.

Tuttavia le variabili nella relazione sono notevoli e l’apporto allo spazio della coppia può essere fortemente sbilanciato a favore di uno dei partner. Può presentarsi la situazione in cui uno dice: “mi fido che tu faccia quello su cui ci siamo accordati”, ma può esserci la situazione in cui pensa: “mi fido che tu faccia quello io voglio da te perché se mi ami devi saperlo”. Quest’ultimo noi lo chiamiamo contratto unilaterale, perché un partner pretende dall’altro cose che l’altro non solo non ha accettato, ma di cui spesso non è nemmeno a conoscenza. In questa categoria rientrano alcune terribili aspettative NON DETTE, per esempio: “mi fido che tu non ti divertirai senza di me, io voglio l’esclusiva perché se mi ami non puoi stare bene senza di me”. Oppure: “mi fido che tu sappia portare a casa i soldi che mi aspetto”. O ancora: “mi fido che tu tenga la casa come si deve”.

E’ chiaro che, quando entrano in gioco le aspettative, i pregiudizi, le immagini ideali che ognuno a modo suo si è formato nel passato, è fin troppo facile la delusione. Si tratta infatti di una fiducia condizionata, la fiducia “con il gancio”: “mi fido se fai questo”, “mi fido se mi prometti quest’altro”, “mi fido fino a verifica”. Si tratta di una falsa fiducia, basata su una richiesta di prestazione che ci riserviamo di valutare quando la condizione sarà stata più o meno rispettata, e dunque anziché arrabbiarmi subito per ciò che non hai fatto, ti do un’altra possibilità e pospongo la verifica a domani. Questa non si chiama fiducia, si chiama controllo, se non addirittura ricatto.

Il concetto di fiducia dell’uomo qualunque è limitrofo al concetto di ricatto, e se guardiamo con attenzione si basa su una distorsione: il voler piegare una relazione alla pari per darle forma di relazione genitore/figlio, un genitore che dice “hai preso un brutto voto, come posso fidarmi di te?” oppure “mi fido che studierai per la prossima volta”.

5.   La fiducia nella relazione DISTORTA

Quando mi pongo nella condizione di genitore o superiore, e ti riduco a figlio o sottoposto, sto prendendo una posizione di potere in una relazione che è naturalmente paritaria. Si configura così una relazione asimmetrica che è distruttiva nella coppia.

Prendiamo i termini “simmetrica” e “complementare/asimmetrica” dalla scienza della comunicazione, poiché la relazione può essere vista come una comunicazione rinforzata nel tempo, cioè quella in cui giocano le consuetudini (il passato) e le aspettative (il futuro). La relazione asimmetrica è quella fra genitore e figlio, insegnante e allievo, capo e sottoposto, terapeuta e paziente, cioè la relazione in cui è necessario e sano che la dimensione di autorità sia appannaggio e responsabilità di una sola delle parti. Si differenzia dalla relazione simmetrica, cioè quella fra amici, fratelli, colleghi e partner di coppia, dove le persone sono alla pari e non è necessaria né sana una posizione di potere sull’altro, ma è sano lo scambio ed è condivisa la responsabilità..

Rappresenta una distorsione rendere asimmetrica una relazione simmetrica, e rendere simmetrica una relazione asimmetrica.

Diventa limitante e distruttivo introdurre nella relazione di coppia, anche se inconsapevolmente, una dimensione asimmetrica perché significa stare nella difesa, non essere disponibili a scoprirsi, non accettare la reciprocità, assumersi carichi altrui o non prendersi i propri, non voler incontrare l’altro alla pari, veramente, nell’intimità. Qui non ci sono mai partner, si indossa sempre la maschera di genitori e figli. Quando si presenta nella coppia questo tipo di distorsione, viene generalmente vissuta in maniera alternata, ciascuno cioè cerca di prevalere sull’altro ed assumere la posizione di forza, così diventa una lotta di potere, situazione tipica di tanti film del tipo “A letto con il nemico”. E qui dove sta la fiducia? Come posso fidarmi del nemico? Finché c’è lotta, non c’è fiducia.

Tuttavia quando uno dei due partner assume il ruolo di potere che magari gli è più congeniale, è anche possibile che la dimensione genitore-figlio stia bene ad entrambi i partner, cioè che ci sia solo uno che ha ragione e l’altro che sbaglia sempre, uno che fa le marachelle e l’altro che è tanto comprensivo e perdona, uno che dà e l’altro che riceve, uno che dà fiducia e l’altro che la chiede, ecc. In sintesi uno è la parte forte della coppia e l’altro si accomoda. In superficie e in apparenza è tutto perfetto.

Questa normalizzazione della relazione asimmetrica nella coppia non è salutare, neanche se è accettata da entrambi, perché dentro ciascuno avvengono fenomeni emotivi profondi, sia nel partner che ha scelto l’inferiorità che nell’altro: il primo potrà sentirsi trattato da bambino, potrà accumulare un senso di incapacità e di rancore, e dunque porterà un tipo di conflittualità latente o a bassa intensità nella coppia; oppure potrà pensare di realizzare le sue ambizioni altrove, per esempio diventando un tiranno sul lavoro, o magari esprimendo la propria sessualità adulta con qualcuno fuori dalla coppia; il partner forte potrà accumulare sulle spalle responsabilità non sue, e nutrire la sua sfiducia nell’altro, potrà sentirsi costretto alla rigidità del controllo, e si renderà impossibile il lasciarsi andare, potrà rifiutare la propria debolezza identificando in essa la possibile causa di crollo di sé stesso, e della relazione, di cui si sente unico pilastro. Questo partner si sentirà solo, e rinuncerà alla vita di coppia alla pari, oppure potrà difendersi dalla solitudine e vendicarsi del partner che recita il ruolo del figlio cercando un partner temporaneo all’esterno, con cui realizzare la parità.

Anche qui diventa impossibile aprirsi alla fiducia, perché per continuare a NON incontrare l’altro alla pari bisogna mantenere cristallizzati dei ruoli distorti, nella chiusura della difesa.

6.   La fiducia nella coppia

Se la fiducia è “la disponibilità a stare in relazione”, come abbiamo assunto all’inizio del tema, bisogna arrendersi alla necessità di uscire dalla prigione delle nostre reazioni automatiche, cioè dei nostri abituali modelli di difesa, ed incontrare l’altro. Incontrare proprio quell’altro che sta in coppia con noi significa aprirsi all’intimità con lui.

Si può riuscire prendendosi un rischio.

Il rischio è quello di cominciare a conoscere sé stessi, accettare di vedere quelle parti di noi che hanno contribuito a creare queste limitazioni, questi pregiudizi, queste difese, vedere e sentire la paura del dolore che le ha costruite. Solo così possiamo scoprire che l’altro è come noi, ha tante fragilità come noi, tanti limiti come noi, soffre come noi, ha talenti come noi, è un essere umano fallibile e mortale come noi, con le stesse difficoltà, e con le stesse valigie pesanti. Aprire le valige insieme all’altro significa aprirsi all’intimità, allo sguardo dell’altro, dunque alla fiducia.

L’abitudine a stare nella difesa ci fa sentire sempre in pericolo, e quando sentiamo il pericolo corriamo a difenderci. Ma la buona notizia è che si può uscire da questo circolo vizioso. Occorre sviluppare la funzione di osservatore del proprio dialogo interiore e di quello di coppia, per arrivare a vedere queste dinamiche nel momento in cui nascono, riconoscere quali conseguenze sviluppano, e riconnettere le relazioni di causa-effetto.

7.   Spostiamo la definizione di fiducia.

Per l’uomo qualunque abbiamo visto che la realtà non esiste, perché la realtà esiste solo nel presente, e lui non vive nel presente, abituato a soffrire/rallegrarsi per il passato o a fantasticare/temere il futuro. Allo stesso modo la fiducia per lui rappresenta un’aspettativa o un’ansia per il futuro, basata sul ricordo dell’esperienza passata.

Noi vogliamo spostare la definizione di fiducia dal passato e dal futuro al presente.

Dalla fiducia condizionata dove “mi fido” significa “mi fido che tu farai qualcosa domani (e poi domani controllo se l’hai fatto)”, spostiamo la focalizzazione sulla disponibilità nel presente:

prendiamoci il rischio di dire  “Io mi fido di te adesso”, perché io posso fidarmi di te adesso, io posso aprirmi a te adesso, anche con il sé inferiore che hai, anche con il sé inferiore che ho, mi fido di te adesso nella tua totalità, a prescindere da ciò che è successo ieri, e anche a prescindere di ciò che succederà domani a me, a te, alle nostre promesse, ai nostri contratti, alla nostra fiducia.

Possiamo avere fiducia insieme uno nell’altro, perché possiamo lavorare con le nostre rispettive parti in luce (capacità e talenti) e parti in ombra (limiti e distorsioni), che continueranno ad esserci, ma se faranno parte del nostro spazio di coppia possiamo avere fiducia nel cammino di trasformazione. Non possiamo fidarci del fatto che l’altro smetta di essere quello che è, e diventi quello che voglio io, perché questa è una richiesta non ammissibile, e che è destinata ad essere tradita. Io posso cambiare me stesso, ma non posso avere alcuna pretesa sull’altro.

Ma se trasferiamo il concetto di fiducia dal “cosa voglio da te” al “lavoriamo insieme”, e se io ho fiducia che tu abbia voglia di lavorare con me adesso, questo è reale e sufficiente. Non ci sono effimere promesse sul futuro. Possiamo accordarci su ciò che ha a che fare con l’impegno, con l’intenzione, con le mete comuni, con la vita quotidiana, e tutti gli accordi devono essere verificabili e revisionabili, e soprattutto non possono essere accordi unilaterali, segreti: più comunico le cose che vorrei e più è facile non essere delusi.

Ci sono cose che posso volere da un partner e cose che non posso chiedere, come il non essere sé stesso, rinunciare agli spazi personali, non manifestare le proprie emozioni, trascurare i propri talenti, fingere ciò che non sente. Se si tratta di cose negoziabili si può sempre parlarne e cercare un accordo perché per stare in coppia occorre trovare accordi. Se non ci sono margini di accordo su una necessità presentata da un partner, non c’è coppia.

Questo è terreno fertile per la fiducia, il lavoro comune. La fiducia è un lavoro, non una pretesa né una magia. Per coltivarla è necessario sviluppare l’attitudine di osservare sé stessi onestamente e scoprirsi nella propria autenticità. Rivelarsi all’altro nelle proprie capacità e nei propri limiti realizza un livello di intimità che è lo spazio della coppia, lo spazio di fiducia per crescere nel presente con l’altro.

8.   Rivelazione e fiducia

Abbiamo visto come l’Uomo qualunque veda la fiducia come un’area fumosa che richiama l’idea di richiesta, pretesa, concessione, valutazione dei meriti, gioco di potere, come una speranza per il futuro e dunque un salto nel vuoto; e abbiamo visto invece come per noi la fiducia sia vicina all’apertura, all’osservazione di sé, al lavoro di ricerca, all’intimità, ed abbia una collocazione nel presente.

Ritornando alla definizione iniziale, quella che vede la fiducia come disponibilità a stare in relazione con l’altro, abbiamo ora gli strumenti per comprendere cosa significa essere disponibili e cosa vuol dire relazione: la disponibilità è il nostro SI, la nostra assenza di condizioni; la relazione è lo spazio di dialogo in intimità all’interno della coppia.

A parte un intento comune, che è la precondizione per poter parlare di coppia, noi riteniamo che sia importante dedicare uno spazio periodico alla cura della relazione, cioè dello spazio di intimità, proprio per coltivare la fiducia: si tratta di condividere con l’altro in diade parti di sé.

Una diade è una relazione a due con comunicazione alternata: come regola si parla uno per volta per un tempo stabilito, e chi ascolta non parla e non fa domande per tutta la durata del tempo dedicato all’altro. Si tratta di condivisioni senza dialogo, dove ciascuno ha il proprio spazio di espressione ed è accolto senza commenti. Questa pratica ha bisogno di una premessa indispensabile, che è l’impegno a non utilizzare quanto rivelato dal partner come arma contro di lui, per offesa, ricatto o scherzi, né subito né mai: la diade deve poter essere uno spazio sicuro in cui avere i propri confini e dove non sia necessario stare nella difesa, qualunque sia il futuro della coppia.

In questo caso l’argomento della diade è “ciò che non è stato ancora detto”, ciò che mantengo segreto tra noi perché mi fa sentire inadeguato, ciò che ho paura di dirti, ciò di cui mi vergogno perché è infantile, quelle cose brutte che a volte penso di te. Anche dopo anni di questa pratica c’è sempre qualcosa che non abbiamo ancora detto, perché spuntano aspetti di noi stessi che non conoscevamo noi per primi. L’essenza di questa pratica è il rivelarsi all’altro, spogliarsi emotivamente e mentalmente come atto di fiducia incondizionato, perché la massima fiducia possibile che si può concedere ad un’altra persona è lasciarsi guardare dentro senza veli.

Perché è così antipatica questa pratica? Perché sentiamo rischioso il rivelarsi?

Perché temiamo che se il partner conoscesse quel nostro dettaglio, se sapesse chi siamo veramente, se ascoltasse quella nostra storia, la sua fiducia in noi si spegnerebbe. Rivelata quella verità, crollerebbe il castello di carte su cui è costruita la relazione, e noi perderemmo tutto.

Invece è possibile prendersi questo rischio, e magari scoprire che quella paura è totalmente infondata perché il partner può rispondere all’apertura con una apertura, può sentirsi libero di confidarsi, ed insieme si può ripartire senza finzioni, contando sulla fiducia propria e del partner sulla parte autentica di sé e non sui ruoli o sui personaggi, perché la parte vera di noi è sempre degna di fiducia e la fiducia è la via maestra dell’amore.

Carlo Gibello e Valentina Sanna

info@scuolalacommedia.it

18/03/2017