IL PERDONO

18 marzo 2017

Il significato comune

Parlare di perdono significa riferirsi al comportamento di una persona, in conseguenza di un danno causato da una seconda persona, volontariamente o meno.

Dal vocabolario Treccani leggiamo che “perdonare” significa:

  1. Non tenere in considerazione il male ricevuto da altri, rinunciando a propositi di vendetta, alla punizione, a qualsiasi possibile rivalsa, e annullando in sé ogni risentimento verso l’autore dell’offesa o del danno;
  2. Rinunciare a dare la punizione che si potrebbe dare, per generosità d’animo, indulgenza, benevolenza.

Da questa definizione può sembrare che perdonare, nel caso di danni o di offese, implichi sempre una rinuncia, cioè non fare, restare passivi; e precisamente si tratta di rinunciare alla rivalsa del danno (ciò che la Guida del Pathwork chiama “restitution”, cioè riparazione, ripianamento del debito) o alla punizione. Per esempio perdonare un ladro significherebbe in questa accezione rinunciare alla restituzione di ciò che mi ha rubato, oppure rinunciare a riempirlo di botte per vendetta, oppure rinunciare a denunciarlo al sistema punitivo legale.

Nel nostro linguaggio comune, perdonare significa proprio questo: mettere da parte la nostra sofferenza, concedere agli altri una sorta di assoluzione per ciò che hanno fatto nei nostri confronti, condonare ciò che abbiamo subìto, e dimenticare.

16472887_1376168692453435_7307058163863647547_nPerdonare o non perdonare

A volte non abbiamo proprio nessuna voglia di dare questo perdono, e preferiamo tenere il rancore, il risentimento, restare agganciati all’altra persona, mostrare quanto soffriamo ed ostacolare il ritorno alla normalità, privandoci della possibilità di ricominciare da un’altra parte, così tenendo in piedi un debito e un credito manteniamo vivo un conflitto palese o latente. Altre volte invece perdoniamo, con un perdono che concediamo dall’alto della nostra magnanimità, che ha lo scopo di tranquillizzare e normalizzare la relazione, mentre nel profondo nella nostra mente e nelle nostre emozioni si scontrano forze che ci spingono in una diversa direzione, ancora una volta nel risentimento, nel rancore, nei pensieri di rivalsa o di vendetta che permangono in noi ad un livello più profondo come nel caso precedente, cioè quando non perdoniamo, ma questa volta li nascondiamo alla nostra stessa consapevolezza. Queste emozioni però esistono, e agiscono inquinando la relazione e ostacolando una vera riconciliazione, attraverso pensieri come questi:

  • “devi prima strisciare perché io possa perdonarti”,
  • “se ti perdono vuol dire ammettere che non mi hai fatto così male”,
  • “se ti perdono puoi ferirmi ancora”,
  • “ti ho già perdonato ma sono ancora furente con te”,
  • “ho bisogno di capire per poterti perdonare”.

Questo tipo di “perdono condizionato” non è utile alla nostra vita, ci mantiene difesi e separati dall’altro, e ci lascia nella logica del “vinco io o vinci tu”, cioè sempre e comunque nella lotta di potere.

Chi offende e chi si difende?

Noi viviamo costantemente, salvo brevi sprazzi, nella difesa caratteriale. Quindi se ammettiamo che chi aggredisce ed offende sta esercitando la sua tendenza limitante distruttiva, dobbiamo anche ammettere che esistono le tendenze limitanti opposte, che si esprimono nella sottomissione e nel rancore (tipo “crepa, bastardo, speriamo che tu subisca quello che hai fatto a me!”), o diverse, che si esprimono nella tattica (tipo “la miglior vendetta è il perdono”), o nella superiorità (tipo “io ti perdono perché sono migliore di te”) o nella giustizia ed equità (tipo “non ti perdono perché io sono rigido e intransigente prima di tutto con me stesso”).

Dunque è possibile che per realizzare l’offesa che uno solo ha subìto ci sia stata una collaborazione delle due parti, una proiezione di entrambi che ha fatto scattare le rispettive difese, una causa occasionale che ha risvegliato le ferite di ciascuno ma uno solo si è sentito offeso. A volte infine succede che uno si senta offeso per una aspettativa malriposta sull’altro, per la delusione di una mancanza per un contratto unilaterale di cui l’altro non era nemmeno a conoscenza. In questo caso, chi ha offeso chi? Possiamo rimanere agganciati al dilemma se perdonare o no una colpa che l’altro non sa nemmeno di avere. Possiamo soffrire di un orgoglio frustrato, di un egoismo inascoltato, di una paura smascherata, di cui siamo gli unici protagonisti ma che preferiamo attribuire all’esterno di noi.

Proviamo allora a considerare che possiamo essere almeno co-autori del dolore che proviamo, e che metterci in contrapposizione con l’altro non ci serve a calmare la sofferenza che la nostra stessa difesa ci procura, anche quando l’altro non ci ha davvero danneggiato. L’orgoglio ferito può essere davvero terribile!

Spostare l’attenzione a sé stessi

Possiamo aspirare ad un altro tipo di perdono, che ci conduca nell’apertura con noi stessi e con l’altro. Si tratta di un tipo di perdono che può arrivare come effetto collaterale di un lavoro di conoscenza di noi stessi, che ci consenta di riconoscere quale sia la nostra parte nella vicenda, e in che modo abbiamo coinvolto nella relazione con l’altro le nostre difese al punto da riceverne un danno o da essere feriti.

Secondo un’interpretazione non molto diffusa, ma che a noi piace particolarmente, la consegna di Gesù “Porgi l’altra guancia”, in occasione di un torto subìto, è traducibile anche con “guarda dall’altra parte”, che non significa buonismo o sottomissione ma significa “non guardare l’altro, ma guarda dall’altra parte della relazione, cioè guarda dalla tua parte”. Vorrebbe dire che se qualcuno ti offende, devi spostare l’attenzione a te stesso. È un lavoro di conoscenza e di trasformazione, un processo grazie al quale impariamo a conoscere le parti di noi più profonde, a convivere con i nostri sentimenti di rabbia, rancore, rivalsa, con le paure, la manipolazione, la passività, senza nasconderli, senza indugiare o colludere con essi, e soprattutto senza mascherarci con idealizzazioni e pretese di superiorità e di perfezione.

Se accettiamo che in noi esistono confusioni e fraintendimenti limitanti e disfunzionali, che il nostro sé inferiore è pienamente attivo nella cattiveria o crudeltà, e se nonostante questo possiamo amarci lo stesso, allora possiamo accettare anche la “pagliuzza nell’occhio” dell’altro avendo visto la nostra trave. Il semplice atto di vedere e accettare i nostri limiti, senza condonarli e sapendo che abbiamo da lavorarci, allenta la pretesa di volere dagli altri quella perfezione che noi stessi non abbiamo.

Vedere che i limiti dell’altro non sono poi così diversi dai nostri ci libera dal giogo di “risolvere” l’offesa ricevuta, così possiamo finalmente lasciar andare il risentimento, il dolore e i pensieri di vendetta. Significa spostare l’attenzione dall’offesa alla relazione, dai fatti alle persone. Possiamo creare uno spazio di apertura dove tutto può accadere, e possiamo consentire all’altro di riconoscere la propria parte, se può, possiamo consentire che l’altro si sdebiti, se crede. Ma possiamo anche consentire che non accada niente di tutto questo, e che l’altro resti nella sua chiusura e nella sua difesa, nella certezza che l’Universo saprà restituirci qualsiasi cosa ci sia stata tolta.

Prenderci le nostre responsabilità nell’apertura e nella disponibilità è l’unica soluzione possibile, ed è l’unica vera occasione per perdonare ed essere perdonati

La relazione con noi stessi

Andiamo ancora avanti di un passo: passiamo dalla relazione con l’altro alla relazione con noi stessi. Chiediamoci: “Come posso perdonarti se non capisco cosa vuol dire perdonare me stesso? Come posso accettare la tua distruttività se non accetto la mia? Come posso aprirmi a te se non mi apro nemmeno a me stesso?” Noi ci impediamo di guardare a noi stessi perché abbiamo paura di quello che potremmo trovare dentro di noi. Ci raccontiamo di non volerci scoprire con l’altro, perché non ci capirebbe, ci giudicherebbe, perderemmo la dignità ai suoi occhi, e invece questa è solo la superficie del problema: abbiamo paura di scoprire in noi enormità negative inimmaginabili, imperdonabili. Preferiamo quindi fingere di aderire ad un io ideale, a cui tendiamo con fermezza e costanza, che indossiamo come una maschera, in modo da poter giudicare gli altri per i loro torti dall’alto della nostra perfezione.

La rigidità a cui ci sottoponiamo per evitare di guardarci dentro e per mentire e fingere, soprattutto a noi stessi, ci condanna ad un senso di colpa sempre presente, ci inchioda all’auto-punizione e all’auto-boicottaggio, ci costringe a trovare dei colpevoli esterni per sfogare la frustrazione. Buttiamo via tanta energia per mantenere in attività il nostro giudice interiore, sempre pronto a dichiarare colpe e colpevoli da condannare o perdonare. E tutto questo ci procura un dolore enorme, molto più forte di una normale ferita perché ricoperto di falsità.

Se invece potessimo aprirci e guardarci così come siamo, e accettare che esiste in noi un sé inferiore accanto al sé superiore, allora potremmo accettare che anche nell’altro esiste un sé inferiore accanto a un sé superiore. Se potessimo mettere da parte i falsi sensi di colpa e i falsi moralismi, e renderci conto che la vera colpa è una sola: il non Amore. Separarci dall’altro, così come chiuderci a noi stessi, è non-Amore; perdonare o non perdonare l’altro o noi stessi rimanendo nella chiusura, è non-Amore. Amare sé stessi, e amare l’altro come noi stessi è l’essenza del perdono vero. L’Amore è perdono, e non ha bisogno di null’altro, dunque se amiamo perdoniamo e siamo perdonati.

Possiamo incontrare noi stessi e donarci l’amore di cui abbiamo bisogno anche nel dolore di una offesa ricevuta e/o nella vergogna di una offesa arrecata, osservando e trasformando questi residui di orgoglio e svalutazione.

I confini

Il lavoro sul perdono è dunque un lavoro su sé stessi, perché è vero che possiamo cambiare la nostra vita e la nostra storia partendo da noi, a prescindere dai comportamenti altrui.

Riteniamo necessario sottolineare però che perdonare non significa accettare qualsiasi tipo di angheria e distruttività dell’altro, perché fare questo è una espressione della nostra distruttività, è complicità rispetto alla distruttività altrui, è collusione con le istanze della sua difesa. Al contrario, nella piena conoscenza di noi stessi e nella assunzione della nostra responsabilità, possiamo mettere i nostri confini, riconoscere i nostri veri bisogni, imparare a fare rispettare la nostra dignità e a creare il nostro spazio sicuro nella vita: e da questa condizione di soddisfazione e di sicurezza possiamo incontrare noi stessi e l’altro.

Il perdono non è nient’altro che un attributo dello spirito che possiamo raggiungere attraverso l’apertura alla conoscenza di noi stessi e dell’altro, esso si rende disponibile ogni volta che siamo nella presenza, nell’accettazione, nell’amore. L’osservazione di noi stessi e la comunicazione con il proprio Sé Superiore ci supporteranno nel distinguere le nostre difese dai nostri giusti e sani confini, e ci apriranno la via al perdono reale, cioè all’Amore, senza più scuse. Esercitiamoci nell’Amore, e scopriremo che tutti siamo già stati perdonati, di tutto.

Carlo Gibello e Valentina Sanna – “Scuola la Commedia”

Pinerolo febbraio  15/02/2017