IL LUTTO

1 maggio 2017

INTRODUZIONE

Normalmente possiamo vedere che nella nostra società abbiamo nei confronti del dolore un atteggiamento di rifiuto e di conflitto. Una avversione che si traduce in una grande capacità di anestetizzarsi bloccando il respiro e il corpo in posture antalgiche, una insensibilità collettiva che si traduce in ultima analisi in un uso sconsiderato di antidolorifici come ci viene confermato nei film, nelle serie TV e nella pubblicità e di antidepressivi. Rifiutiamo le ragioni del dolore tentando di nasconderlo, ma come dice Freud “è impossibile eliminare una emozione, possiamo solo seppellirla viva perché essa non muore”, e se noi la nascondiamo continua a gridare da dentro e guida le nostre scelte.

Così facendo diamo energia ai blocchi della nostra armatura caratteriale continuando a creare nuova sofferenza che diventa una condizione statica, una attitudine bloccante, una cristallizzazione tremenda della nostra energia vitale. Perdiamo consapevolezza del dolore della perdita, perdiamo il contatto con il desiderio e poi blocchiamo ogni inizio perché abbiamo paura della sua fine. Così la vita si spegne perché il desiderio è il motore dell’incontro con l’altro. Quindi sia combattere il dolore in ogni sua forma che drammatizzarlo aderendo al concetto che la vita è una valle di lacrime sono conferme di questa negazione collettiva.

La negazione della cosa più ovvia ed evidente: la nostra vita ha un inizio ed avrà una fine, ogni nostra azione e ogni nostra relazione è a tempo determinato e quando giunge la sua fine l’esperienza del dolore è naturale e inevitabile.

Il Compianto 600-450LA PERDITA DEL SENSO DELLA VITA – IL VUOTO

Noi proponiamo di considerare come analoghe l’esperienza di fine vita, fine lavoro, fine ruolo, fine relazione perché anche in questi casi ci confrontiamo con un doloroso senso di vuoto della nostra vita. Anche chi ha affrontato l’abbandono, la separazione e il divorzio, così come la perdita del lavoro ha attraversato questo dolore, e sentito la perdita di senso e il vuoto.

Fin dai primi giorni di vita il piccolo bambino si identifica con la madre, poi con entrambi i genitori, poi con la famiglia allargata e infine con i gruppi sociali di coetanei. Ognuna di queste esperienze giungerà al termine e per ognuna di queste è necessario affrontare un percorso di disinvestimento dell’identificazione. Nel caso della famiglia di origine l’identificazione poi è così radicata e profonda, così intima che normalmente non ci si rende conto che la posizione di figlio/dipendente e genitore/responsabile è una relazione a termine e che è sano e necessario concluderla. Le identificazioni sono così deleterie quando mettono il nostro centro, il nostro valore, fuori di noi; così quando la vita ci propone la loro fine ci troviamo totalmente nel dolore perché realizziamo d’aver perso completamente noi stessi non solo una parte di noi. Mettere le radici, le motivazioni della nostra vita su altre persone, cose o ruoli, riconoscersi e porre tutto il proprio valore nell’altro, nel fare, nel successo, nel ruolo, compensa, sostituisce e maschera la mancanza di fiducia in noi stessi, nel nostro (Io Sono) individuo vero e unico.

LE 5 FASI – KUBLER-ROSS

La Dott.sa Elisabeth Kubler-Ross dopo aver lavorato per decenni in reparti oncologici con malati in fine vita, per prima ha realizzato degli studi sul fine vita individuando una serie di cinque fasi che i malati attraversano dalla prima diagnosi di malattia terminale e poi nella sua evoluzione. Queste fasi sono:  la Negazione (non è possibile, non è vero), la Rabbia (perché proprio a me? Cosa ho fatto per meritare questo?), la Contrattazione/Patteggiamento (se faccio queste cure, questa dieta, queste preghiere, guarirò), la Depressione (non ci riuscirò, non ce la faccio, mi lascio andare) ed infine la Accettazione (accetto quello che succede). Il malato può elaborare l’esperienza attraversandole oppure può rimanere bloccato in una di esse. Anche gli amici e i parenti hanno la necessità di confrontarsi con questo processo emotivo e possono anche essi rimanerne invischiati. Questo lavoro, fino ad ora la più importante visione laica sull’argomento, ha avuto una grande diffusione e ha portato molti studiosi ad allargare e comprendere anche al periodo del lutto queste fasi mentre altri negano questa impostazione.

Noi crediamo che le prime quattro delle cinque fasi suddette rappresentino le modalità di negazione dell’energia vitale che le persone normalmente hanno strutturato come difese caratteriali. Per questo le persone che si trovano davanti alla prospettiva di una perdita hanno difficoltà ad arrivare alla fase della Accettazione e possono rimanere bloccate in una delle fasi precedenti, così il lutto permane e invade l’intera vita.

ACCETTAZIONE – INIZIA IL PROCESSO

Se attraversiamo l’inferno delle fasi di cui parla la Kubler Ross, possiamo cominciare a lavorare su noi stessi tramite l’osservazione, possiamo cominciare a provare il dolore senza negare, senza fuggire, possiamo darci uno spazio e un tempo per noi stessi. Per trasformare la perdita in cambiamento dobbiamo porci la seguente domanda: che significato a per me questa perdita? Cosa significa perdere questa persona? Perdere questo ruolo? Perdere questa parte di me?

Entrare nell’Accettazione significa iniziare il processo di trasformazione, e poter dire addio a ciò che perdiamo e ringraziare. Saper dire addio implica apertura, significa recuperare in sé stessi lo spazio di riconoscimento della relazione, l’amore ricevuto e l’amore donato ma anche le ferite ricevute e le ferite procurate, non possiamo lasciar andare uno status se non siamo nell’amore. Dire addio con amore significa riconoscere insieme il dolore e l’amore provato. Solo così si sciolgono i nodi del passato e si resta liberi di riempire nuovi spazi, nuovi cieli e nuove terre.

Smettere di identificarci fuori di noi per farlo dentro di noi. Riconoscere dove nella nostra vita ci identifichiamo con persone ruoli o situazioni fuori di noi, lasciarli andare per recuperare le nostre radici, il nostro essere, il nostro sentire, il nostro percepire, è l’unico modo in cui possiamo avere le giuste informazioni sulla nostra realtà; le informazioni necessarie alla pienezza della nostra vita.

 

IL LUTTO COME COMPORTAMENTO RIPETITIVO

Il lutto è solo il rimanere bloccati nei comportamenti automatici legati alle ferite della nostra infanzia, perché noi nell’infanzia abbiamo affrontato una o più esperienze terrificanti di dolore.

Fin dai primi mesi di vita siamo stati in uno stato di dipendenza e di sottomissione con limitate capacità fisiche e in una più o meno totale impotenza; poi via, via con le possibilità di parola e di espressione limitate e fino ai 5/6 anni siamo stati in balia delle dolorose frustrazioni del nostro ambiente che possono essere state di abbandonato, di manipolazione, o di rifiuto. Quindi da adulti di fronte alla morte o alla perdita ritornano ad agire nella nostra vita i comportamenti che nell’infanzia ci hanno assicurato la sopravvivenza nonostante tali frustrazioni. Rivivere oggi tale dolore fa vibrare in noi quello spazio infantile che ci mantiene cristallizzati nella situazione statica di una sofferenza conosciuta e ripetuta (la valle di lacrime) che può durare anni. Possiamo rimanere agganciati in questo spazio di dolore coltivandolo e continuando a dare energia a questo stato. Ma se facciamo un lavoro di consapevolezza domandandoci “cosa significa questa esperienza di perdita?”, il lutto può essere un punto di partenza per imparare come vivere l’esperienza del dolore. Smettere di difenderci, aprirci al dolore guardarlo in faccia scioglie il ghiaccio che ci impedisce di vivere appieno la nostra vita e porta dolcezza e tenerezza.

Amore e morte sono dei grandi doni che ci sono stati concessi, per lo più scompaiono prima ancora di essere stati aperti. (Rainer Maria Rilke)

Scuola la commedia 30/04/2017

Carlo Gibello e Valentina Sanna